#Copertina – Ripensiamo il Welfare

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di Ferruccio De Bortoli

Lo stato sociale è una grande conquista della civiltà. L’espressione di una democrazia attenta ai diritti dei più deboli. Il simbolo di una società nella quale, anche garantendo
– e non sempre purtroppo – libertà, concorrenza e riconoscimento del merito, non si lascia indietro nessuno. La globalizzazione ha strappato dalla fame un miliardo di persone ma ha impoverito le classi medie dell’Occidente e minacciato le fasce lavoratrici meno qualificate.

Il modello non regge più in Paesi – e non solo in Italia – che nel frattempo sono invecchiati e hanno un rapporto tra lavoratori e pensionati via via meno sostenibile. Il cancelliere tedesco ricorda spesso queste poche cifre: l’Unione europea ha il 7 per cento della popolazione mondiale, il 25 per cento del reddito e il 50 per cento della spesa per il welfare state. Se vogliamo salvaguardare, riformandolo, questo modello di civiltà, evitando ingiustizie e sprechi, è necessario un diverso contributo dei privati. Le tasse, che vanno ridotte, non bastano più.

Le aziende più avanzate, in molti contratti, garantiscono prestazioni alternative, sperimentano nuove forme di welfare territoriale. La rete del volontariato costituisce un ammortizzatore prezioso. Lo spirito solidale delle comunità moltiplica le iniziative di assistenza per i più deboli. È la mano visibile della mutualità e della misericordia civile. Aperta e forte.

@DeBortoliF

#Editoriale -L’Uomo al centro

di Luca Mattiucci

Chissà cosa direbbe il fondatore della IBM Charles Flint- se potesse dare un occhio al
rapporto della “Best Regardes IBM” pubblicato il mese scorso sul tema “disabilità e lavoro”, di certo nulla di buono. Lui che prima di ogni altro nel 1914, senza leggi imposte dall’alto, aveva scelto di dare lavoro e la legittima dignità anche alle persone disabili.

Una situazione che oggi, a distanza di 100 anni lascia perplessi: la maggioranza delle aziende piccole, medie e grandi, vicine e lontane, i disabili li tiene ai margini. Perché se è vero che in Italia con il Jobs Act si è rafforzata la tutela formale all’interno del ciclo produttivo, è altrettanto vero che i controlli sono rari, i datori di lavoro lo sanno e la persona disabile resta a casa.

Ma il problema, oltre l’esclusione vera e propria, sta nel fatto che anche laddove la persona disabile venga assunta spesso e volentieri la si relega a incarichi di quarto ordine. Smistamento della posta e simili per intenderci. Accade qui come altrove. Gli esempi positivi sono rari quanto eccezionali. Un caso su tutti è quello della danese Specialisterne”, che per dare consulenze a circa 50 aziende, tra cui la Microsoft, si avvale di decine di “Rain man”, nome preso a prestito da una famosa pellicola: qualche ripetizione dei concetti di troppo, ma abilità di calcolo e resistenza in situazioni di stress impensabili per chi non vive la sindrome di Asperger, di cui si celebra il 18 febbraio la giornata mondiale.

L’augurio è che non sia solo celebrazione ma un momento utile per informare sulle reali potenzialità di queste persone e di migliaia di altre che vivono differenti disabilità. Scopriremo che disabili e normodotati condividono lo stesso  problema: essere trattati come numeri. Adriano Olivetti, per restare in tema di imprenditori illuminati, liquiderebbe i manager così: «Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica». Pretendiamolo dai nostri manager.

@lucamattiucci

#Partiteconnoi – A Roma l’evento 2017

Il Paese della Sera, il bilancio 2016 e il futuro di una storia di successo

Roma, mercoledì 8 febbraio, ore 16.00
Stazione Termini, Lounge Italo

PROGRAMMA:

Coordina Luca Mattiucci, Corriere della Sera con la partecipazione speciale di Maurizio Casagrande e Dario Vergassola

Intervengono:
Carlo Borgomeo, Presidente Fondazione Con il Sud; Andrea Faragalli, Presidente Italo Treno; Giuseppe Guzzetti, Presidente Fondazione Cariplo; Marco Impagliazzo, presidente Comunità Sant’Egidio.

Il nuovo Welfare
Gaela Bernini, Responsabile Progetti Scientifici e Sociali Fondazione Bracco; Nicola Corti, segretario generale di Fondazione Allianz UMANA MENTE; Stefania Marignetti, giornalista Adnkronos Prometeo; Giangi Milesi, Vice Presidente Agire e Presidente Cesvi.

Per iscriversi è necessario inviare una mail a project@whitestonecompany.org

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#InPrimoPiano -Il market distrutto dal sisma dona tutto quello che ha

Accade a Muccia, la scelta di Sergio per aiutare i concittadini

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Sergio Mancinelli abbraccia la sua famiglia

Paola Arosio

All’ombra dell’eremo del Beato Rizzerio, seguace di San Francesco, sorgeva il borgo di Muccia, le cui origini vengono fatte risalire all’epoca romana. Crocevia tra due valli appenniniche, era un luogo di sosta per gli antichi viandanti che, dopo essersi ristorati, proseguivano il cammino verso Foligno. Oggi, dopo il recente terremoto che ha colpito il Centro Italia, del paese non restano che ricordi seppelliti dalle macerie. La furia del sisma
ha scoperchiato le case, sventrato la scuola, divelto le botteghe. Molti edifici sono crollati come castelli di sabbia, mentre i vicoli e le strade traboccano di calcinacci e detriti. In questo scenario onirico e spettrale, su cui grava un’aria satura di surreale silenzio, c’è però chi, con un piccolo gesto di solidarietà, riesce a dissolvere le ombre più cupe.

È Sergio Mancinelli, 43 anni, una moglie, tre figli piccoli e il quarto in arrivo. Prima del disastro, trascorreva le giornate mandando avanti il piccolo negozio di alimentari di sua proprietà, unica fonte di reddito per la numerosa famiglia. Ora non gli resta che contemplare, con l’anima colma di un dolore profondo ma dignitoso, ciò che rimane dell’ingresso, dell’insegna, del bancone, degli scaffali. «Abbiamo perso tutto», dice, «ma anche agli abitanti di queste contrade non è rimasto nulla».

Così gli viene un’idea: svuotare il market e donare confezioni di riso e di pasta, biscotti in scatola, verdure sottovuoto, bottiglie di latte ai concittadini in difficoltà. Si mette all’opera con l’aiuto di alcuni volontari e, alcune ore più tardi, i container colmi di provviste sono pronti per essere caricati sui camion e consegnati alla mensa della zona, a cui si rivolgono persone di ogni età per ricevere un pasto caldo e un sorriso. E mentre la merce giunge a destinazione, un angelo del nostro tempo, con il volto smagrito e segnato dalla fatica, si lascia alle spalle, in un vicolo del centro, una parte del suo passato, sperando che la terra non tremi più.

 

#Editoriale – Crescere al Sud: si deve, si può!

Luca Mattiucci

Chi ci è nato, sa quanto è difficile. Più di chiunque altro, sa quanto sia vero che esiste una linea invisibile che taglia il Paese di netto. Italia a due velocità. Da una parte quella produttiva, sempre attenta ai suoi figli e dall’altra quella che resta indietro, che non ce la fa. Quanto dolore per chi quelle terre del Mezzogiorno le ama come si ama la propria casa.

La stessa dalla quale prima o poi ti devi separare se vuoi riuscire in qualcosa. L’eccellenza è altrove e se ci sei cresciuto, in questo Sud maltrattato, la voglia di metterti in movimento arriva dal ricordo degli occhi di quei bambini e di quegli adulti in cui sin da piccolo ti sei abituato a leggere la povertà e la resa di fronte ad un sistema politico che ha ridotto
in miseria ciò che ha incontrato. Il Sud per i suoi “sopravvissuti” è rimembranza, che pure serve. Ma anche resistenza mancata. Tornare qui è solo gesto di cortesia.

La spesa sociale per famiglie e minori in Calabria vale 8 euro, in Trentino 242 euro. Una disparità che porta il nome della dispersione scolastica, assenza di asili nido, luoghi di aggregazione. La politica dal canto suo si limita a rilanciare il solito ponte sullo Stretto o spacciare azioni di sostegno lavorativo a scadenza, al posto di infrastrutture e programmi
veri di inserimento al lavoro. Su tutto pesa l’assenza di una scuola capace di insegnare a pensare. Ma i giovani, si sa, a questa politica voti non ne portano.

Eppure, c’è un tessuto che pervade il Meridione e che continua la sua opera testarda. È fatto di persone che hanno ricostruito dalle macerie quelle reti di prossimità che il Nord prova ad imparare. Una di queste è giovane e si chiama Crescere al sud. Cinquantasei, e lo scrivo a lettere affinché resti impresso il numero di questi eroi normali, realtà non-profit si sono alleate per dire che cambiare si può. Cosa fanno? Pressione. Funziona? Ce lo auguriamo. La notizia è che per adesso sono gli unici assieme a pochi enti pubblici a scommettere sui giovani.

@lucamattiucci

#PrimaPagina – Oltre i muri

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di Giangiacomo Schiavi*

Chissà dove guarda, che cosa sogna, quale muro vuole abbattere questo ragazzo che si affaccia sulla vita nella periferia romana.
È solo un murales, ma invita alla speranza, spinge la fantasia ad andare oltre i confini del tempo e dello spazio, ad aprire una finestra sul quartiere, sulla città, sull’Italia e sul mondo. Ci dice anche che bisogna alzare lo sguardo per vedere lontano, senza chiudersi in un recinto che diventa una prigione.

Può essere uno di noi ad avere questa necessità, può essere uno dei nostri ragazzi imprigionato nelle barriere virtuali che gli sono cresciute attorno, può essere una qualsiasi persona che chiede di essere aiutata, liberata, messa nelle condizioni di vivere e non di sopravvivere. Un anziano solo, un disoccupato, un migrante, un padre separato, una donna vessata e ostacolata: tutti hanno un muro davanti che ostacola il cammino.

C’è anche una grazia discreta in quel graffito che fa pensare al bambino con il pigiama a righe di un bellissimo romanzo: mi piace pensare che possa averlo ispirato. Un bambino che cerca la sua libertà scalando il muro dell’indifferenza, quella che non ci fa vedere gli altri, le persone vive intorno a noi. Il deserto alle sue spalle ha un significato preciso: è l’assenza di relazioni, la mancanza di umanità. Da questo deserto bisogna fuggire con un po’ di coraggio e un po’ di paura: perché possiamo non farcela, ma dobbiamo provare.

* Editorialista Corriere della Sera
@ggschiavi

Foto: Il bambino redentore di Seth a Roma, quartiere Tor Marancia