#InPrimoPiano – Volontariato, va in mostra l’esercito degli oltre 6 milioni di italiani impegnati per gli altri

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Gianluca Testa

Lucca ha tante anime. È la città che ha dato i natali a Giacomo Puccini, certo. Ma è anche la città dei Festival: quello dei fumetti (da oltre mezzo secolo), del cinema, della fotografia, della musica. Ma soprattutto è la città del volontariato. Anzi, ne è la capitale.
Contrariamente alle interpretazioni sulla sua natura introversa – conseguenza delle mura rinascimentali che la cingono – Lucca è da sempre una città solidale. Con i suoi 89 mila abitanti conta più di 270 associazioni, ovvero un’organizzazione di volontariato ogni 330 persone. Un record nazionale. E non è un caso che le uniche due visite dei Presidenti della Repubblica siano dovute proprio al volontariato: Cossiga partecipò alla conferenza nazionale del 1986, mentre poche settimane fa Mattarella ha inaugurato il centro di documentazione intitolato a Maria Eletta Martini, madrina legge sul tema e fondatrice del Centro nazionale per il volontariato (Cnv) che oggi – insieme alla Fondazione volontariato e partecipazione (Fvp) – organizza il Festival italiano del volontariato (la settima edizione si svolge dal 12 al 14 maggio 2017 e vede tra i media partner anche “Il Paese della Sera”).

(RI)COTRUIRE LA COMUNITÀ
Un evento centrale per il welfare privato. È al Festival di Lucca infatti che l’ex premier Matteo Renzi ha lanciato la riforma del Terzo Settore. Un appuntamento che solo negli
ultimi quattro anni ha superato le 100 mila presenze. Nel 2016 più di 3 mila persone hanno partecipato ai convegni; 300 i volontari coinvolti, centinaia le sigle associative, più di mille gli studenti. Il tema di questa edizione? La ricostruzione. Quella concreta, come sta avvenendo sui luoghi del terremoto. Ma anche quella del tessuto sociale. «Al centro del Festival c’è la visione del volontariato come paradigma valoriale di ricostruzione del paese» spiega Edoardo Patriarca, presidente del Cnv. «Il volontariato inteso non come un settore, ma come un modo di vivere la vita sociale. Un volontariato inteso come valore aggiunto che genera e rigenera la coesione». Tra gli ospiti in programma: il premio Strega Edoardo Albinati, il prefetto Franco Gabrielli, il ministro Giuliano Poletti e il sottosegretario Luigi Bobba (a lui spetterà il compito di presentare i decreti attuativi della legge di riforma del terzo settore). Ma si parlerà anche di benefit corporation, protezione civile, sostenibilità e di rapporto coi media (il programma è consultabile sul sito festivalvolontariato.it).

L’ALTRUISMO DIFFUSO
Un appuntamento che contribuisce a diffondere la cultura del volontariato, che in Italia è ormai una pratica diffusa: coinvolge infatti 6,63 milioni di cittadini, cioè il 12,6% della popolazione. Tra questi, sono più di 4 milioni coloro che svolgono attività in gruppo o in associazione (7,9%). Molti s’impegnano invece in maniera non organizzata. Purtroppo,
però, secondo un’indagine condotta da Fvp e Csa (Centro statistica aziendale) solo il 2,4% della popolazione afferma di svolgere quotidianamente attività gratuite a beneficio degli altri, mentre il 77,1% non ha mai fatto volontariato. Nonostante questo i numeri sono
comunque in crescita. Perché la solidarietà, si sa, è contagiosa.

@gitesta

#Editoriale – Rallentiamo

Luca Mattiucci

Nel piccolo borgo di Sfruz in Val di Non, cima del Trentino Alto Adige vivono 334 abitanti. Di questi oltre sessanta sono bambini. Un rapporto di 1 a 5, impensabile per il resto d’Italia, e che ha spinto l’assessore Patrizia Poli ha far installare sulla via
principale del paesino un cartello tanto singolare quanto semplice “Attenzione, rallentare. In questo paese i bambini giocano per strada”. Sì, pare serva ribadirlo.

In una società che passa il proprio tempo inseguendo l’ultimo tablet o smartphone, dove i videogiochi hanno ridotto la capacità di sognare e immaginare, serve ribadire agli automobilisti che qui l’idea del gioco sopravvive al di là di ogni ragionevole dubbio: dal nascondino, alla palla avvelenata passando per l’acchiapparella fino alla campana.
Certo nessuno ha la pretesa di demonizzare la tecnologia, che pure serve. Ma l’abuso, quello no, non si spiega e non si giustifica.

“Rallentare”, recita il cartello e forse il monito non è solo per gli automobilisti. È per tutti, giovani e piccini, residenti a Sfruz o meno. Esortazione a ritrovare il tempo e i tempi giusti per ogni cosa ed anche quel senso di comunità che nel piccolo borgo non è mai andato fuori moda. Una chiesetta e le sue viuzze dove si resta fino alla maggiore età per poi assecondare quella innata necessità umana del viaggiare.

La differenza è che qui, dopo un po’, in molti tornano per restarci. Sarà l’aria, saranno le montagne, saranno magari quelle casette ben curate, ma soprattutto ci piace pensare che la colpa è di quel cartello che ciascuno a Sfruz aveva in mente già da tempo: rinunciare a correre per riprendersi parte di quel tempo che ci è stato rubato con l’inganno e la promessa di una tecnologia che ci avrebbe reso liberi. Senza accorgerci che liberi lo eravamo già e molto di più. Una scommessa? Provate da domani e per una settimana ad utilizzare un vecchio telefono che non contempli app e simili. Il risultato è certo, dopo la prima astinenza, ringrazierete il piccolo borgo di Sfruz.

@lucamattiucci

#Copertina – Dare da bere agli assetati

@Etiopia- Poon Wai Nang-Oxfam

Raffaele Masto*

Nel 2011 la siccità in Somalia uccise 250mila persone. Sei anni dopo, quella del 2017, cioè quella che si sta vivendo in questi giorni, è già riconosciuta come molto più grave. Ci sono già migliaia di vittime e alla fine questa macabra contabilità registrerà una sorta di record, ancora più morti di quel tragico 2011 che i sopravvissuti ancora ricordano.
In Somalia la siccità minaccia sei milioni di persone. In tutto il Corno d’Africa, nella Nigeria del nord e nello Yemen le persone a rischio sono venti milioni.
La Somalia però tra tutte è il territorio che potrebbe subire i danni più gravi, sul piano delle vite umane e su quello del disastri ambientali. La siccità in Somalia sta infatti rendendo sterile un territorio che storicamente è stato una sorta di giardino del Corno d’Africa, quello “tra i due fiumi”, cioè quello tra il fiume Giuba e l’Uebi Shebeli, nel sud, l’unica porzione di Somalia nella quale si poteva praticare l’agricoltura.

Non solo la siccità sta prosciugando questi fiumi, sopratutto il Giuba che è diventato una specie di rigagnolo. Il suo corso è ormai una sofferenza: nasce dall’altopiano etiopico e scende verso sud. Inizialmente raccogliendo l’acqua dalle ambe, le montagne, è un fiume a volte tumultuoso poi pian piano evapora e quando arriva in pianura arranca finchè a qualche decina di chilometri dalla foce, dove si riunisce con l’Uebi Shebeli, non ce la fa più. Stremato offre le ultime gocce d’acqua al sole poderoso tanto che il mare a quel punto penetra nel suo letto fino nell’entroterra. E il sale marino brucia, per sempre, quella terra preziosa, l’unica adatta all’agricoltura.

Per la Somalia è una svolta tragica. Ed è una svolta economica, oltre che per l’agricoltura,
anche per la pastorizia. La Somalia infatti è uno dei maggiori esportatori mondiali di dromedari, li esporta nello Yemen, nel Medio Oriente, nella penisola arabica. Ma questi animali soffrono la siccità e la mancanza di un territorio verde nel quale periodicamente nutrirsi. E negli ultimi mesi c’è stata una ecatombe di dromedari, ne sono morti già 400mila. Insomma la siccità è un vero e proprio killer che lascerà il segno. Per sempre.

* Africanista

Photo Credits: @Etiopia- Poon Wai Nang-Oxfam

 

#Editoriale – Le tre vite di Carmelo

di Luca Mattiucci

Questa è la storia di Carmelo un ragazzo fragile di 19 anni come ce ne sono tanti che studia da fuori sede a Udine lettere antiche. Ma è anche la storia di un giovane medico
originario di Melito di Portosalvo appena 28enne che lavora senza sosta per essere d’aiuto a chi sul proprio cammino è costretto a fare i conti con il male. Ed è anche la storia di un ragazzo coraggioso che a vent’anni gli dicono essere affetto da un linfoma di Hodgkin.

Potrebbero essere l’inizio di tre racconti, tre persone, tre vite. Ma qui di vita ce n’è una sola e Carmelo Gurnari sa quanto è importante tenersela stretta. Lo sa da quando
ancora studente gli diagnosticarono quel tumore. Da quando, grazie all’uomo che lo ha accompagnato per tutta la sua battaglia, il Professor Franco Locatelli, scoprì la passione per la medicina e iniziò a studiarla anche se per lui la parola futuro non aveva gran peso.

Ti accade cosi d’improvviso. Il presente prende forma e diventa l’unico tempo. Stai lì sospeso in attesa di sentenza. Ma Carmelo il verdetto lo ha ribaltato, anzi di più. Avrebbe potuto scegliere di lasciare in un cassetto del passato quei giorni bui in cui la corsia diventa la tua casa, gli infermieri i tuoi amici e la vita lì fuori un ricordo sbiadito. Invece, oggi, ogni mattina Carmelo varca la soglia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma reparto di oncologia pediatrica, dove il Professor Locatelli lo ha voluto come ricercatore, per essere al fianco di chi lotta ogni giorno perché prima ancora della cura serve trasmettere umanità.

Come ogni storia anche questa ha la sua morale, anzi ne ha tre come i racconti dell’inizio. Ci dice che una sanità fatta di medici che ascoltano e sanno parlare ai pazienti farebbe degli ospedali un luogo migliore, e ci dice anche che magari le partite di calcetto non servono ma lo scambio empatico è umano ed è sano se guarda al merito e allo sforzo. Ma, soprattutto, ci racconta con il sorriso di oggi di Carmelo che lottare si deve, vincere si può. Anche un tumore.

@lucamattiucci

#InPrimoPiano – Stephen, l’artista con sindrome di Asperger che con uno sguardo disegna le città

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di Emiliano Moccia

Guarda una strada, un palazzo, un ponte, un monumento, una piazza e poi riproduce tutto fedelmente sulla carta. Gli basta una semplice matita ed un semplice sguardo per ricostruire una città, per tratteggiare il mondo in cui i suoi occhi si sono appoggiati. Stephen Wiltshire non è solo un artista. È qualcosa di più. Non a caso, è soprannominato “la macchina fotografica umana”. Perché riproduce nei minimi dettagli tutto quello che il suo occhio percepisce. Anche una fontana, un tombino, una finestrella. Nulla sfugge
alla sua attenzione, alla sua capacità mnemonica. Nel giro di qualche anno Stephen Wiltshire è diventato famoso in tutto il mondo. Anche perché la sua storia ha qualcosa di più da raccontare, da condividere. Stephen è nato 43 anni fa a Londra. E per capire quanto sia rilevante la sua arte è opportuno sapere che il suo talento è affiancato da una condizione che gli rende difficile la comunicazione, la sindrome di Asperger.

RIPRODUZIONI FEDELI DI PALAZZI E MONUMENTI
A notare per prime le sue potenzialità artistiche furono le sue maestre. Furono loro, infatti, ad accorgersi che Stephen riproduceva in maniera straordinariamente esatta i monumenti che vedeva a Londra durante le gite di scuola: il Big Ben, la Tower Bridge,
i paesaggi. Le insegnanti intuirono subito che dalle mani e dalla testa di quel bambino poteva venire fuori un grande artista. Così, visto che il piccolo non parlava mai, decisero di aiutarlo a comunicare attraverso il disegno, affidandosi alla penna e al foglio di carta. Fu così che prese avvio la sua carriera. Nella sua pagina facebook, Stephen racconta che il suo primo disegno commissionato fu la cattedrale di Salisbury. Aveva otto anni, e il committente era l’ex primo ministro britannico Ted Heath. All’età di 10 compone una sequenza dei panorami di Londra denominata “The London Alphabet”. Studia alla “Fine Art at City & Guilds Art College” ed anche grazie ad una sua galleria personale inizia a farsi conoscere ed apprezzare. E soprattutto, inizia a girare per riprodurre dall’alto i
panorami delle più affascinanti città del mondo.

IN VOLO SULL’ELICOTTERO
Per disegnare le sue opere Stephen utilizza lunghissimi fogli bianchi, estesi anche sino a dieci metri. Il suo sguardo e la sua matita hanno riprodotto la vastità di metropoli come
Parigi, Londra, Roma, New York, Tokyo, Città del Messico e Hong Kong. A bordo dell’elicottero che lo accompagna a sorvolare la città da ricostruire, il suo cervello fotografa ed immagazzina ciò che vede. E quando Stephen si mette davanti al foglio, quell’immagine riappare come se fosse una riproduzione spiccicata, rispettando proporzioni e prospettive, elementi urbani e architettonici.
«Probabilmente è proprio il mio disturbo metabolico e neurologico a favorire questa mia abilità» ha detto Stephen Wiltshire nel corso di un’intervista. Quel che è certo, però, è che le opere sono così fedeli all’originale che anche il numero delle finestre dei palazzi corrisponde alla realtà. Perché per “la macchina fotografica umana” uno sguardo ad un palazzo o ad una città equivale a conservare per sempre quell’immagine con l’idea di farla rivivere con un piccolo tratto di matita.

@emimoccia

#Copertina – Quella trasparenza necessaria

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di Stefano Zamagni*

I recenti risultati pubblicati dal Giving Institute per la consueta classifica annuale sulla donatività relegano il Belpaese ad uno degli ultimi posti. Stando ai dati, noi italiani doniamo per una buona causa in media la metà degli inglesi e un quarto degli statunitensi. Ma davvero siamo più egoisti di altri? Che fine fa il nostro spirito solidale
tanto decantato quando si tratta di mettere mano al portafogli?

Le risposte potrebbero essere molteplici. La più credibile potrebbe riguardare la recente crisi economica, che di certo ha dato una stretta alla voglia di aiutare il prossimo. Ma la verità, che ci piaccia o no, osservando oltre confine quei paesi che hanno vissuto le medesime difficoltà, è che la causa, anche all’origine di una mancata crescita del sistema di fundraising, sia l’assenza in Italia di soggetti capaci di svolgere azioni di intermediazione filantropica. Ovvero soggetti capaci di garantire al donatore che le risorse andranno a finire esattamente nella direzione da lui desiderata o suggerita.

Come accade oltralpe con la Fondation de France, un ente che ha natura giuridica di Fondazione ma che fa da ponte tra chi vuole finanziare un’azione solidale e chi sarà chiamato a gestirla, garantendo in tutto il processo la trasparenza necessaria a che il donatore abbia la certezza che quelle risorse verranno utilizzate nel modo più efficace possibile. In Italia meno di tre anni fa decidemmo di sperimentare questo processo innovativo dando vita a Fi.Do. (Fondazione Italia per il dono onlus) con l’obiettivo di avviare un motore capace di catalizzare e promuovere risorse per progetti di utilità sociale. Ed un primo bilancio di questo progetto di moderna filantropia è certamente positivo. Ma per far sì che divenga una prassi consolidata su scala nazionale è necessario
che altri soggetti imbocchino questa strada.

Come nel caso delle Fondazioni di Comunità sparse a macchia di leopardo lungo lo Stivale, che grazie al rapporto con i territori riscuotono un elevato successo in termini di credibilità. Perché oggi non è più possibile pensare che qualcuno ci affidi le sue risorse senza garanzie di successo, come fin troppo spesso accade con gli sms solidali. La donazione qui riparte da un atto di fiducia dove la restituzione della spesa ne rappresenta il centro, sua diretta espressione concreta. “La virtù è più contagiosa del vizio, a condizione che venga fatta conoscere”, lo sosteneva Aristotele oltre 2300 anni fa e oggi è ancora nostra la colpa se ciò non è realtà.

* Economista

#InPrimoPiano – Un popolo generoso che fa i conti con la crisi, ma è davvero così?

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L’83% della popolazione italiana si sente la più solidale d’Europa

di Emiliano Moccia

Un popolo di santi, poeti e navigatori. Ma anche di donatori. Perché è così che si sentono gli italiani. Anzi, oltre l’80% si reputa il popolo più generoso in Europa. Perché convivialità e generosità, ormai, rappresentano un vero e proprio stile di vita: quasi 8 italiani su 10 (77%) condividono l’idea che tutti dovrebbero offrire un pasto a chi ne ha bisogno. A tracciare il profilo dei generosi è la recente ricerca «Per chi aggiungi un piatto a tavola?», commissionata da Dash all’istituto di ricerca Demia su un campione di oltre mille persone. L’83% degli intervistati ritiene che essere solidale sia un atteggiamento diffuso e consolidato.

Gli italiani si descrivono come un popolo molto dedito al prossimo. Ma se la popolazione adulta, quella che va dai 56 ai 75 anni, associa il concetto di solidarietà ad un semplice gesto di donazione economica, quella più giovane con età compresa tra i 18 ed i 35 anni mostra una maggior attitudine alle attività di volontariato in prima persona. Ma è davvero così? Perché a leggere l’ultima ricerca «Osservatorio sui Donatori» realizzata da GfK Eurisko, escono fuori altri e sorprendenti risultati.

Soprattutto legati al trend delle donazioni benefiche: in 10 anni l’Italia ha registrato la perdita di 5 milioni di donatori. Il calo è iniziato lentamente nel 2006, si fa più acuto negli anni in cui ha preso il via la crisi economica, che sembra aver inciso in modo decisivo sull’uso del denaro anche per quel che riguarda la solidarietà. A chiudere il portafogli sono coloro che abitualmente donano piccole cifre, mentre a crescere sono i donatori stabili che versano tra i 100 e i 199 euro al mese (+2,1%) e oltre 200 euro al mese (+1,9%). A farne le spese è soprattutto chi ha meno, in particolare i giovani, e le famiglie con un reddito basso. Quanto alle modalità di donazione, le più praticate sono quelle legate a versamenti d’impulso, relativi ad eventi improvvisi.

@emimocccia

#Editoriale – Grazie Chuck

 

di Luca Mattiucci

«Chuck Finley ne ha presi in prestito altri due», «Ehi Chuck oggi ne ha presi dodici, ma
dove trova il tempo per leggerli tutti». Erano questi i commenti, conditi da un sorriso compiaciuto, che giravano fino a pochi mesi fa tra i due bibliotecari della libreria pubblica di East Lake, Sorrento, Florida. Oltre duemila volumi presi in prestito in un anno. Una media di 5,5 libri al giorno. Una media fin troppo insolita, tanto da spingere
le autorità del posto a chiedersi chi fosse questo lettore così bizzarro, fino a scoprire che Chuck Finley in realtà non esiste. Chuck è solo l’atto di amore incondizionato di quei due bibliotecari burloni.

Tutto inizia quando nella biblioteca viene attivato un sistema computerizzato che in base alle richieste degli utenti classifica per importanza ciascun libro. Per capirci se un bestseller viene richiesto cento volte la macchina dirà che va conservato gelosamente, se al contrario da oltre due anni nessuno chiede la Divina Commedia deciderà per il macero. Ma George e Scott quel lavoro se lo sono scelto perché amano i libri, anche quelli più bistrattati che giacciono lì su quello scaffale impolverato, e l’idea di sapere che una macchina sceglierà cosa una biblioteca debba tenere e cosa gettare via proprio non gli va giù.

Arriva allora Chuck Finley, la variante umana che mette fuori gioco la macchina perché ogni giorno le chiede in prestito proprio i libri meno richiesti. Oggi George, Scott e il loro alter ego Chuck rischiano di perdere il posto per questo disperato tentativo di resistere ad una ottusa applicazione della tecnologia.

«Mi da una copia di questo testo?», «Sì, certo gliela prendo». Quel ragazzo che ora sta uscendo con il libro sotto braccio non saprà mai a chi dovrà dire grazie se potrà ancora sognare, piangere, sorridere sfogliando il Grande Gatsby, richiesto una sola volta in due anni, da un tale di nome Chuck Finley. Allora te lo diciamo noi: grazie Chuck, perché a volte difendere dei valori significa andare contro le regole.

@Lucamattiucci