#InPrimoPiano – Quando fare la spesa per tre bambini diventa un problema, per Andrea oggi c’è un aiuto concreto

di Anna Toro

Trentanove anni, separato e padre di tre bambini, Andrea vive a Milano e non si sarebbe mai aspettato di trovarsi un giorno a fare la fila alla Caritas per il sacchettino alimentare. «La verità è che un giorno hai la villetta, la macchina, la tua famiglia, un lavoro e poi finisce tutto» racconta, descrivendo una situazione di povertà comune a tante persone e famiglie, in una città che siamo abituati ad associare al lusso e al benessere. Le stime elaborate dalla Fondazione Cariplo, basate sui dati Istat, descrivono però una realtà ben diversa: a Milano, infatti, i poveri esistono eccome, e questa condizione non risparmia i bambini. «Un minore su dieci vive in povertà assoluta e, a vedere il trend degli ultimi anni, la preoccupazione è che il numero possa crescere ancora».

Proprio per contrastare il fenomeno della povertà infantile la Fondazione Cariplo ha lanciato il progetto “QuBì”, Quanto Basta: un programma da 25 milioni di euro, da sviluppare in tre anni, con la collaborazione del Comune di Milano e delle organizzazioni del terzo settore tra cui Caritas Ambrosiana, Banco Alimentare e Fondazione Pellegrini. Tra gli obiettivi principali: la costruzione di una mappa della povertà, fondamentale per capire dove meglio indirizzare le risorse e gli interventi. «L’esigenza è fotografare il problema e la sua incidenza nelle diverse zone della città» spiega il Presidente della Fondazione Giuseppe Guzzetti. Un piano che ha già permesso di fornire una prima fotografia delle famiglie di Milano raggiunte da misure di sostegno al reddito: nel 2016 sono state 9.433, per un totale di 19.703 minori, con circa il 90% dei nuclei familiari con minori aiutati che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta. Ma il lavoro non è finito: «Il prossimo obiettivo è stabilire se ci sono e quante sono le famiglie con minori in povertà assoluta che non ricevono trasferimenti pubblici e sono quindi ancora più a rischio».

I finanziatori hanno già messo a disposizione un totale di oltre 20 milioni di euro (12 da Fondazione Cariplo, 5 da Fondazione Vismara, 3 da Intesa Sanpaolo, mentre di recente si è aggiunta anche Fondazione Fiera Milano, con altri 300 mila euro). Per raccogliere i 4,7 milioni mancanti, partirà presto una campagna di sensibilizzazione che coinvolgerà le aziende e tutti i cittadini. Intanto, “QuBì” è tuttora pienamente attivo con diversi progetti già finanziati. Tra questi: due hub del Banco Alimentare, un progetto di Fondazione Pellegrini e Spazio Aperto Servizi che riguarda il cibo ma non solo, e il primo Emporio Caritas a Milano. Gli empori solidali sono dei supermercati per le famiglie in difficoltà dove, a seconda della situazione famigliare e del numero di minori a carico, vengono assegnati dei buoni spesa con cui comprare i prodotti di cui si ha bisogno. «Anche se il sacchettino alimentare mi ha aiutato molto, avere la possibilità di scegliere ti dà una sensazione completamente diversa – racconta ancora Andrea – Per noi l’emporio significa un risparmio di circa 60 euro al mese ed è fondamentale».

@annaftoro

#Copertina – Il futuro siamo “loro”

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© Mashable – Antonio Calanni / Associated Press

di Luca Mattiucci

Accompagnare un giorno un rifugiato induce decisamente a rivedere in ognuno di noi il senso della parola razzismo. Più accettata che in passato e al tempo stesso più sdoganata. Lui si chiama Samir ha vent’anni, viene dal Sudan e la sua giornata è un calvario, se comprendi la lingua italiana. Alle poste una signora in fila dietro di noi sussurra ad un’altra, fissando in modo fastidioso una cicatrice sul braccio del nostro amico: “Chissà che malattia avrà?!”. La signora ignora che, stando ai report di Medici Senza Frontiere degli ultimi dieci anni, non si ha memoria di casi di emergenza per la salute pubblica causata da migranti e ignora anche che la salute di Samir e dei suoi amici peggiora di giorno in giorno a causa delle condizioni di ghettizzazione sociale con cui devono fare i conti nel nostro Belpaese. Ignoranza, quella di chi non sa, che accompagna anche il fruttivendolo poco distante che, tra un casco di banane e un chilo di mele, si mette a far paragoni tra la sua giornata di lavoro e i 35 euro (beato te!) che lo Stato regala al nostro amico. Nessuno gli ha spiegato che a Samir di quei 35 euro, di cui una parte assicurati dall’Unione Europea, come richiedente asilo ne incassa solo 2,5 in moneta sonante.

Proseguendo nel nostro cammino quotidiano di luoghi comuni se ne incontrano a decine. C’è chi gioca con il significato della parola “necessità”, per farne strumento di distinzione tra chi fugge da una guerra e chi fugge dalla miseria, come se uno dei due mali non fosse figlio dell’altro e ci fossero miserie da salvare e altre da rispedire al mittente. Su tutte, però, vince la strumentalizzazione della paura che vuole il migrante coincidere sempre più nell’immaginario collettivo con la il potenziale terrorista. Il che potrebbe anche essere vero, ma tanto quanto e non di più di un terrorista nato, vissuto e cresciuto in Europa e che spesso e volentieri non ha affinità elettive con un suo sodale dello Stato Islamico se non nella misura di qualche video improvvisato per addestrarsi ad una Jihad che falsa il senso della “tensione verso dio”.

La vita è dura se sei un migrante e a nessuno importa se l’Italia nelle classifiche europee è agli ultimi posti per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale (1,9 ogni 1.000 cittadini). La proporzione restituisce meglio il senso delle fake-news che prendono piede meglio e più di analisi e dati statistici incontrovertibili. Questi “uno virgola nove” versano otto miliardi di euro e ne riprendono in pensioni tre. Rappresentano una delle poche voci “attive” del nostro bilancio, con ben cinque miliardi di euro. E non rubano il lavoro agli italiani, semmai permettono al Paese di andare avanti prendendosi in carico i lavori che noi non vogliamo più fare. Ma a sentirla così sembra sempre si percorra la logica dell’elemosina o dell’utile convenienza, come quando passa l’idea che il rifugiato politico è carino e va bene se pulisce il marciapiedi. No, loro sono molto di più. Rappresentano la parte giovane di un’Italia vecchia. I dati raccontano questa verità con certosina precisione. Evoluzione di un’emergenza divenuta fenomeno. E proprio queste trasformazioni saranno al centro del dibattito in occasione del XXIIIesimo Rapporto ISMU, l’ente scientifico indipendente che promuove studi, ricerche e progetti sulla società multietnica, che sarà presentato il prossimo 5 dicembre a Milano (www.ismu.org).

Una fotografia utile per comprendere l’andamento demografico della popolazione straniera (2016-2017) che poi è anche un ritratto del della nostra Italia, quella del futuro a cui l’ISMU in collaborazione con la Fondazione Bracco e la Fondazione Cariplo sceglie di dedicare un premio per quelle realtà che si sono distinte per l’accoglienza dei migranti e dei minori stranieri non accompagnati. Due enti privati, questi ultimi, che credono nella nostra iniziativa sin dall’inizio e che qui citiamo, non già per piaggeria, ma perché interpretano appieno lo spirito indispensabile per scrivere la parola “domani”. Sono quelli che si sono detti, parafrasando Calvino, che “Ad alzare muri bisogna pensare a cosa si lascia fuori”. Bracco e Cariplo hanno compreso appieno che il rischio, quello vero, è che noi stiamo lasciando al di là dei muri, assieme ai migranti, anche il nostro futuro.

@Lucamattiucci

Quando la generosità viaggia a 300 Km all’ora

Comunicato Stampa
Il Network AGIRE raccoglie donazioni per 50 mila euro in due mesi, con la raccolta lanciata a bordo di Italo Treno con Il Paese della Sera

La raccolta fondi lanciata a fine aprile da AGIRE insieme al Paese della Sera, e poi diffusa attraverso altri canali, ha permesso di raccogliere oltre 50 mila euro nei primi due mesi, anche grazie alla generosità dei viaggiatori di Italo Treno. I fondi sono stati utilizzati per portare soccorso alle vittime della carestia in Africa. È questo il bilancio della campagna #Nonsenzadite del network AGIRE, la rete italiana di 9 ONG di risposta all’emergenza, a favore delle popolazioni colpite dalla siccità e dalla carestia in Sud Sudan, Corno d’Africa e nel Bacino del Lago Ciad. AGIRE ha sposato gli obiettivi de “Il Paese della Sera” diventando partner del progetto nel 2017, lanciando appelli e storie dai paesi in crisi con i canali di donazione della campagna nei numeri di maggio e giugno della rivista. La risposta generosa dei lettori, che hanno seguito il racconto del lavoro delle ONG per dare aiuto immediato ai più fragili, ha portato a raccogliere risorse per 60mila euro.

«Siamo orgogliosi dei nostri passeggeri, hanno dimostrato che ogni gesto concreto per dare aiuto e sostegno può diventare un grandissimo risultato. Il nostro obiettivo di connettere non solo luoghi e persone, ma anche idee e valori, si è pienamente realizzato e oggi il nostro impegno si rinnova sul binario della ricerca scientifica supportando la fondazione Telethon che lavora ogni giorno per dare risposte concrete a tutte le persone che lottano contro le malattie genetiche rare» dichiara Antonella Zivillica, direttore Relazioni Esterne Italo – NTV.

«Abbiamo scelto uno strumento innovativo come “Il Paese della Sera” per dare voce alla nostra campagna, coinvolgendo i lettori in un percorso informativo sulla crisi umanitaria e ambientale in Africa che si è rivelato sorprendente. Vogliamo ringraziare i tanti che dopo aver letto di fame e carestia a migliaia di chilometri di distanza hanno voluto essere al nostro fianco per portare aiuti di prima necessità a chi sta soffrendo» spiega Alessandra Fantuzi, coordinatrice AGIRE.

“Il Paese della Sera” è un progetto che unisce in un “viaggio” solidale il Nord e il Sud dell’Italia insieme al Nord e al Sud del pianeta, e promuove l’inserimento lavorativo di giovani italiani e migranti, in situazioni di disagio economico attraverso la distribuzione ogni mattina sui treni Italo a Milano e Napoli della omonima rivista. A raccontare  l’impatto sociale e economico realizzato nel corso del 2017 sono i numeri: il gruppo di ragazzi e ragazze italiani e migranti inseriti nella nuova esperienza lavorativa arrivato a quota 18, 4 nuovi partner a sostegno del progetto sociale e formativo, oltre 2 milioni di lettori e una community web con 500mila utenti unici sul web. L’iniziativa è promossa dall’organizzazione WSC con la Comunità di Sant’Egidio è sostenuta da Italo Treno, Fondazione Allianz UMANA MENTE, Fondazione Bracco, Fondazione Cariplo, Fondazione CON IL SUD, Fondazioni For Africa Burkina Faso, Human Foundation insieme a AGIRE e AVIS Nazionale e al media partner Adnkronos.

Nel corso del 2017 sono saliti a bordo de “Il Paese della Sera” nuovi compagni di viaggio come Fondazioni For Africa Burkina Faso, un progetto per il diritto al cibo di 60.000 persone nel paese africano promosso da 28 fondazioni di origine bancaria associate all’Acri in collaborazione con 7 Ong, 25 organizzazioni contadine burkinabè, 27 associazioni di migranti e 4 enti locali italiani. Anche Human Foundation, organizzazione che diffonde la cultura dell’innovazione sociale e della finanza ad impatto, ha scelto di aderire al progetto con la sua lunga esperienza nel settore della formazione organizzando un corso specialisitico dedicato ad agevolare l’inserimento professionale del gruppo dei 18 giovani ragazzi – rifugiati e richiedenti asilo e ragazzi italiani in situazioni di fragilità – attraverso iniziative di imprenditoria sociale. Le lezioni serviranno a fornire loro una “borsa degli attrezzi”, una serie di competenze utili a creare start up innovative a vocazione sociale.

E per il 2018 l’iniziativa sociale e editoriale ha in cantiere nuovi impegni per far crescere e ampliare i canali di distribuzione, il numero dei giovani coinvolti e i partner.

Tante le firme che hanno realizzato le copertine della rivista (Erri De Luca, Vauro, Ferruccio De Bortoli, Chef Rubio, Enrico Bertolino, Maria Grazia Cucinotta) scegliendo foto, vignette e temi di grande attualità da commentare e proporre ai lettori. La rivista è prodotta a titolo volontario da un team di giornalisti che porta al pubblico notizie sui temi dell’innovazione sociale, un racconto lontano dalla retorica sulla realtà italiana che fa scoprire storie e esperienze di chi sta realizzando concretamente il cambiamento.

La pubblicazione viene distribuita gratuitamente dal lunedì al venerdì sui treni Italo della mattina in partenza dalla Stazione Centrale di Milano e dalla Stazione Centrale di Napoli.

Può essere letta sul sito web www.ilpaesedellasera.it e condivisa su Twitter @paesedellasera e Facebook http://www.facebook.com/ilpaesedellasera/

Per informazioni e interviste: WSC – project@whitestonecompany.org – 347.2462562

#Arte – Restituire bellezza, quando l’industria si prende cura dei luoghi

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Gaia Pascucci

Sculture preziose che tornano al fascino originario all’interno dell’unico sito in Italia di architettura industriale che continua a esser sede di attività manifatturiere. È a Torvicosa che la bellezza si coniuga con l’arte, il territorio e anche l’industria. Sì,
perché non sempre i grandi edifici del passato, soprattutto quelli dello sviluppo industriale, finiscono in abbandono e incuria.

Qui, nella provincia friuliana, il Gruppo Bracco 14 anni fa ha recuperato una parte dello storico edificio industriale della SNIA Viscosa degli anni ’30 per insediarvi SPIN, uno dei propri siti produttivi più tecnologicamente sofisticati. Un connubio positivo tra innovazione e cura dell’ambiente, che ha fatto rinascere i padiglioni costruiti dall’architetto Giuseppe De Min, che affidò a Leone Lodi, scultore e pittore lombardo celebre dai primi anni Venti del Novecento, l’esecuzione delle parti decorative. Nel 2016 poi è stato digitalizzato l’Archivio storico SNIA, pietra miliare per la storia italiana, economica e sociale. Oggi in occasione del 90° Anniversario del Gruppo le due statue monumentali realizzate da Lodi e poste all’ingresso del sito sono state portate a nuovo splendore, dopo aver subito i danni del tempo.

Sentire l’arte come patrimonio della collettività e identità delle comunità ha spinto Fondazione Bracco e l’Associazione Leone Lodi a realizzare il volume “Le creature di Leone Lodi” a cura di Chiara Gatti, un percorso alla scoperta delle sculture monumentali che hanno segnato il volto delle città italiane. Venerdì 17 novembre 2017, ore 12.00 l’autrice avrà il compito insieme alla presidente Diana Bracco, Paolo Campiglio e Chiara Fabi, di tracciare un viaggio nella scultura “sociale” in Italia. Appuntamento a Palazzo Visconti, via Cino del Duca 8 a Milano.

@gaia_pascucci

#InPrimoPiano – «Non lasciamo solo nessuno», la storia di Nina e della sua sindrome “unica” al mondo

di Gianluca Testa

«Ciao, mi chiamo Nina. Sono nata l’undici luglio duemilaundici e sono una bimba speciale». Effettivamente Nina speciale lo è davvero. Fin dai primi giorni la sua vita è stata raccontata dalla madre Isabella e ora quel blog “In viaggio con Nina” è diventato una pagina Facebook. Ed eccola lì, la piccola. Sorridente, gioiosa, carica della vitalità che appartiene a tutti i bambini. La vediamo sommersa dai suoi peluche, in mezzo a un bosco, in procinto di salire sul treno per una breve vacanza o con indosso il costume di Halloween con quell’espressione tipica di chi è pronto a domandare «dolcetto o scherzetto?». Nina è speciale per tutto questo, ma anche perché ha una sindrome genetica polimalformativa sconosciuta. «Quei buontemponi dei miei genitori l’hanno battezzata sindrome di Nina».

L’ironia nasconde una drammatica realtà: questa malattia colpisce una persona su sette miliardi. In pratica solo e soltanto lei. L’incapacità di diagnosticare il problema e l’impossibilità di poter riconoscere la sindrome da cui si è colpiti con un nome diverso dal proprio getterebbe chiunque nello sconforto più profondo. Ma la famiglia di Nina ha deciso di non arrendersi. Un po’ di quella forza arriva dalla Fondazione Telethon, che finora ha investito in ricerca oltre 475 milioni di euro finanziando oltre 2.600 progetti con quasi 1.600 ricercatori coinvolti e più di 540 malattie studiate. Telethon non ha abbandonato né Nina né tutte quelle persone che come lei sono affette da una da una delle malattie rare. Non si dica che la rarità di una sindrome è solo casistica, perché dietro a ogni frontiera sconosciuta ci sono persone che hanno nomi, cognomi, volti e storie straordinarie nella loro unicità. «Proprio a causa della loro rarità, queste patologie non hanno cure o terapie e sono spesso trascurate dai finanziamenti pubblici e privati» fanno sapere dalla Fondazione. Studiare queste malattie genetiche significa offrire un’opportunità di vita a persone che altrimenti rischierebbero di restare invisibili. Ecco perché la ricerca è importante: prima ancora di offrire una nuova prospettiva, restituisce la dignità perduta.

E se i volontari torneranno di nuovo in oltre 3.500 piazze italiane il 16 e 17 dicembre portando cuori di cioccolata (e un messaggio chiaro come lo sono solo certi hashtag: #presente) è perché la donazione è una componente essenziale di questa filiera di solidarietà a sostegno della scienza (e della vita). Anche se i centri di ricerca Telethon rappresentano poli d’eccellenza (quasi) autosufficienti, quelle risorse sono fondamentali e giustificano la scelta di chi, come molti ricercatori del centro TIGEM di Pozzuoli, ha scelto di restare rinunciando a essere uno dei tanti cervelli in fuga. Qua lavorano giovani che sanno di avere uno scopo. E se anche Boston sceglie di collaborare con il centro di ricerca italiano anziché con una delle prestigiose università americane significa che la strada intrapresa è quella giusta. Per donare: dona.telethon.it (dal 16 al 23 dicembre, in collaborazione con la Rai, si terrà inoltre la tradizionale maratona televisiva).

@gitesta

#Copertina – La ricerca della Ricerca

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di Enrico Bertolino*

Ci sono programmi in TV che guardo sempre: il Calcio, le serie (quelle fatte bene che si
divorano come i libri anche 4 puntate alla volta) e qualche programma di approfondimento su Politica e Costume, che sempre più spesso ormai, non si riescono a distinguere tra loro. Ammetto anche di avere un debole per i programmi storici, tipo documentari o film, dove si narra l’epopea del genere Umano e la sua (presunta) evoluzione. Fino a qualche mese fa, mai mi sarei immaginato quindi, di seguire con interesse programmi che parlassero della Ricerca e di chi passa la propria vita, lavorativa e non, a sostenerla con il proprio ingegno e lavoro. Poi, verso il mese di maggio, mi han chiesto di condurre, per un progetto voluto da Fondazione TIM, un programma dove avrei incontrato ed intervistato, magari anche con un po’ di leggerezza ed ironia, dei giovani ricercatori in 5 diverse Università e Centri in Italia. E così tra giugno e luglio sono stato alla Sant’Anna di Pisa, all’Università di Padova, a Milano Bicocca, al Politecnico di Torino e all’IIT di Genova per incontrarli personalmente
e per farmi spiegare il loro lavoro ed i progetti per il futuro. Da metà novembre,
seguo il mio stesso programma, per vedere come è stato confezionato, ma soprattutto, per capire cosa mi è rimasto di questa fantastica esperienza. Si chiama “Meravigliosamente”, è in onda su La7 il sabato a mezzogiorno, il regno delle cucine, delle ricette e delle padelle in TV, ma è stato comunque molto utile ed importante, almeno per me, perché mi ha fatto capire 3 cose molto importanti:

A. La Ricerca non è fatta, principalmente, per soddisfare le ambizioni di chi se ne occupa, ma per permettere a tutti noi e, soprattutto, alle generazioni future, di continuare a vivere su questo fantastico pianeta, come in fondo è stato concesso alla nostra, ovvero serenamente e con il dovuto rispetto per ciò che non conosciamo.

B. I ricercatori non sono eroi o persone speciali, sono semplicemente la proiezione reale
e coerente di quello che ognuno di noi dovrebbe cercare di essere, fare o divenire nella propria vita o nel proprio lavoro, per far sì che la stessa abbia un senso compiuto
e che il lavoro non sia servito solo ad accumulare ricchezza o a sopravvivere dignitosamente.

C. Telethon ed altre campagne che, onestamente, prima seguivo con relativa superficialità, sono invece strumenti indispensabili affinché la Ricerca non sia costretta
a sopravvivere, spesso solo grazie ai fondi assegnati dalla Comunità Europea (dalla quale qualche genio della “Politica degli Slogan” vorrebbe affrancarsi, facendo così perdere gran parte del sostegno reale), ma possa invece prosperare e diventare un’occasione di lavoro per alcuni giovani ed una fonte di salute e serenità per tutti noi che ne beneficiamo.

Lo so, avrei potuto essere un po più umoristico o divertente in questo pezzo, ma credo che sia meglio risparmiare una battuta o una risata per permettere a più sorrisi di riempire il nostro domani, e per far sì che la Ricerca in futuro non debba ancora Ricercare qualcuno che la mantenga.

* Ricercatore mancato .. e di tanto!

info@enricobertolino.it

#Alfemminile – Stile e integrazione. La moda si fa solidale con le sartorie sociali

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di Giulia Polito

Stoffe, tessuti e colori assemblati da mani sapienti che dotate di filo e creatività danno vita a modelli originali e dalle finiture pregiate. Sono abiti e accessori che raccontano le
storie degli emarginati, delle donne in difficoltà, madri solitarie e silenziose che in pochi conoscono. Ma che lontano dagli scintillii, dai riflettori e dalle prestigiose passerelle milanesi hanno imparato a creare moda. E per le quali la moda ha rappresentato l’opportunità di una nuova vita. Così la sofferenza di una vita pesante si apre per lasciare spazio al bello che «può nascere da una sconfitta, un viaggio senza scarpe, un barcone in mare».

Ne è nata “Milano Moda per il Sociale”, un défilé e una mostra che hanno portato a Palazzo Morando i lavori e le storie di tre sartorie sociali, realtà di crescente importanza in Italia per la capacità di coniugare il mercato e la solidarietà.

Le tre protagoniste dell’iniziativa, promossa da Fondazione Bracco con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana e del Comune di Milano, sono state Fiori all’Occhiello di Baranzate nata dal progetto “Oltre i margini”, Gelso di Torino e San Vittore di Milano. Tre realtà italiane che raccontano storie di integrazione attraverso itinerari fatti di tessuti unici e capi nuovi. L’occasione infine di mostrare l’altro volto della moda, che non bada al lusso ma alla ricchezza della diversità, che non guarda alla perfezione ma all’autenticità delle persone e che diventa buona opportunità per tutti.

@GiuliaPolito

#Comunità- Un borgo rinato con l’accoglienza

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di Gianluca Testa

Una sessantina di chilometri e circa un’ora di macchina separano Brescia da Lavenone, paesino a poco più di trecento metri d’altezza che si trova a ridosso del bellissimo lago d’Idro. In un secolo, qua, la popolazione è più che dimezzata. Lo spopolamento oggi però ha fortunatamente invertito la rotta. Perché questi borghi, culla di storia e straordinaria ricchezza (non solo paesaggistica), si stanno trasformando in spazi d’innovazione e accoglienza.
Lavenone è solo uno dei tanti esempi di come la vita può rinascere grazie a idee e progetti capaci di favorire la socializzazione e l’inclusione sociale e lavorativa. In mezzo al verde e cullato dai monti, a Lavenone si trova il “Non solo Bar”. Gestito dalla cooperativa Cogess, questo luogo – unico spazio d’incontro per il paese e naturale evoluzione del chiosco estivo – è diventato luogo di socializzazione.

Qua lavorano una quindicina di giovani con disabilità psichica. Finalmente si sentono parte attiva di una comunità che entro la prima metà del 2018 potrà contare anche su un altro spazio recuperato: quello dell’ostello sociale “Borgo Venno”.

Sarà un’area sociale attrezzata, condivisa (e realizzata) dalla comunità stessa. Per lo sviluppo di un turismo sostenibile e di un’accoglienza solidale, parteciperanno direttamente artisti e artigiani del luogo. Tutto questo è possibile grazie al programma “AttivAree” di Fondazione Cariplo e Airbnb destinato alla rivalorizzazione di oltre quaranta borghi italiani. Un investimento sulle valli resilienti patrocinato da Anci e promosso in collaborazione col Mibact, proprio nell’anno destinato alla promozione dei borghi.

@gitesta