#Editoriale – Ho incontrato un Bhudda e l’ho riconosciuto

di Luca Mattiucci

Lui è li, ti siede davanti con quel suo sorriso da uomo-bambino e tu senti che il tempo ha rallentato. Non parla la tua lingua, la sua è di quelle di discendenza antica, è lingua di bramhini, eppure intendi ogni singolo fiato. Non te lo spieghi, ma la storia inizia e tu non
puoi far altro che ascoltarla e farla tua. È la storia di un giovane appartenente alla casta dei guerrieri, il padre a lungo ha servito a difesa dell’imperatore e le sue terre ormai si estendono per lunghi spazi del Madya Pradesh. Il giovane guerriero guarda a quelle terre e sa che la samsara presto lo avvolgerà.

Un giorno mentre fantastica sul suo futuro sulle strade dissestate di un paese ancora lontano dalla modernità un incidente lo fissa ad un letto d’ospedale per nove lunghi mesi e gliene regala altri due di lenta riabilitazione. È meditazione impressa a forza di immobilità. All’uscita una camminatura oscillante che gli conferisce eleganza è il dono di un arto inferiore costruito a ferro e fuoco da altri uomini. Ma quel giovane ormai quasi uomo sorride mano a mano che la casa paterna si avvicina. Dentro di sé serba una convinzione: essere d’aiuto a chi più sfortunato di lui la disabilità la vive nella povertà più estrema. D’improvviso scopre un mondo fatto di villaggi dove non esiste acqua corrente, elettricità, dove i disabili sono maledizioni degli dei indù e le case spesso sono di paglia e fango a ricordare come si è solo di passaggio.

Capita a volte che la vita passi senza che uno riesca a schiudere gli occhi. E il padre del nostro giovane amico è ancora tra i ciechi e alla richiesta del figlio di mettere la ricchezza al servizio degli ultimi dà come unico risultato che egli venga diseredato. Il giovane continua a sorridere e va per la sua strada, fino a quando la madre lo richiama a sè e gli confida che pregando a lungo il padre ha ottenuto per lui un po’ di terra, buona a ospitare una casa e un orticello. Lui sorride ringrazia e la sceglie come sua casa. Fossimo nell’ epoca imperiale diremmo che il regnante ha scelto quello spazio per chissà quale opera che lo consegni ai posteri, invece siamo nel 2007 e su quel piccolo pezzetto di terra è il Governo Indiano che decide di piazzarci il più grande snodo autostradale dell’India del Nord. Il giovane guerriero per il valore dell’esproprio diviene tra gli uomini più ricchi della regione. Il suo sorriso non è mutato neppure quel giorno.

Da allora di anni ne sono trascorsi dieci. E per chi si imbatte nei villaggi del Madya Pradesh troverà in ciascuno un negozietto di spezie della cooperativa Naman Seva Samiti dove a servirvi sarà un cieco, un uomo senza un braccio o un giovane deformato dalla
polio, e quelle spezie sono state imbustate da altri come loro e prima ancora altri come loro le hanno coltivate. Sono le spezie con le quali un giovane guerriero di nome ShirShir ha restituito la vita a 12mila persone convinto che la dignità, al di la della casta e del volere degli dei, sia un diritto di tutti. Sembra una favola ma non lo è, l’unica cosa strana di questa storia è che cio che avete appena letto io l’ho ascoltato in una lingua che non conosco e che non avevo mai sentito, in un giardino dove il tempo si era fermato per fargli posto. Dicono che il linguaggio universale sia uno dei piccoli miracoli di cui è capace un illuminato.

@lucamattiucci

Con la filantropia nel Dna

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di DIANA BRACCO*

La filantropia è da sempre nel DNA della nostra azienda, che proprio quest’anno festeggia 90 anni. Un “prendersi cura” che contribuisce a dare un’anima all’impresa, stretta attorno a valori forti e condivisi. Mio padre Fulvio Bracco è stato infatti un pioniere nel campo di quella che oggi si chiama responsabilità sociale d’impresa. Già nel Dopoguerra, varò ad esempio delle borse di studio intitolate a sua madre “Nina Salata” che sono un po’ le “antenate” dei nostri progetti per i giovani. Per questo come Bracco abbiamo sempre sviluppato iniziative filantropiche e io sono stata la prima presidente di Sodalitas, la fondazione che rappresenta un ponte tra le aziende e il mondo del non profit in Italia.

Il concetto di filantropia si è via via allontanato dal mero concetto di “beneficenza” individuale, fine a se stessa, e si è esteso all’idea di “buona cittadinanza” dell’impresa, un soggetto che sempre più si fa carico delle comunità in cui opera. Fare impresa, fare filantropia, sono diventate facce della stessa medaglia. Un modo per tenere fede ai propri valori familiari e per restituire al territorio parte di ciò che si è ricevuto. Ma come dobbiamo intendere la filantropia oggi? Basta girare nelle nostre città per sapere che la parola chiave è sempre più integrazione: giovani e mondo del lavoro, centro e periferie,
stranieri e comunità.

Mai come adesso abbiamo bisogno di gettare ponti che sappiano unire la nostra comunità nel segno del rispetto, della cultura e della tolleranza. Anche a questo scopo nel 2010 è nata la Fondazione Bracco. Scienza, cultura e sociale sono i tre grandi ambiti di cui si occupa la Fondazione, combinando saperi, discipline, prospettive. All’interno di queste macroaree vengono realizzati progetti concreti ispirati ai valori che da sempre connotano il Gruppo Bracco, a iniziare dall’impegno nella ricerca e dall’attenzione verso la persona, con un focus particolare sul mondo femminile e quello giovanile, per il quale abbiamo creato già cinque anni fa il progetto “Diventerò”. Il progetto prevede borse di studio per i più meritevoli offrendo occasioni concrete e costruite sul talento del singolo. Un’iniziativa efficace che ha già coinvolto centinaia di ragazzi. È a tutto questo che penso quando dico che le aziende familiari hanno un’anima. Un’anima che trae linfa da solide radici e che vogliamo continuare a tramandare alle prossime generazioni.

* Presidente Gruppo Bracco e Fondazione Bracco

#InPrimoPiano – Volontariato, va in mostra l’esercito degli oltre 6 milioni di italiani impegnati per gli altri

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Gianluca Testa

Lucca ha tante anime. È la città che ha dato i natali a Giacomo Puccini, certo. Ma è anche la città dei Festival: quello dei fumetti (da oltre mezzo secolo), del cinema, della fotografia, della musica. Ma soprattutto è la città del volontariato. Anzi, ne è la capitale.
Contrariamente alle interpretazioni sulla sua natura introversa – conseguenza delle mura rinascimentali che la cingono – Lucca è da sempre una città solidale. Con i suoi 89 mila abitanti conta più di 270 associazioni, ovvero un’organizzazione di volontariato ogni 330 persone. Un record nazionale. E non è un caso che le uniche due visite dei Presidenti della Repubblica siano dovute proprio al volontariato: Cossiga partecipò alla conferenza nazionale del 1986, mentre poche settimane fa Mattarella ha inaugurato il centro di documentazione intitolato a Maria Eletta Martini, madrina legge sul tema e fondatrice del Centro nazionale per il volontariato (Cnv) che oggi – insieme alla Fondazione volontariato e partecipazione (Fvp) – organizza il Festival italiano del volontariato (la settima edizione si svolge dal 12 al 14 maggio 2017 e vede tra i media partner anche “Il Paese della Sera”).

(RI)COTRUIRE LA COMUNITÀ
Un evento centrale per il welfare privato. È al Festival di Lucca infatti che l’ex premier Matteo Renzi ha lanciato la riforma del Terzo Settore. Un appuntamento che solo negli
ultimi quattro anni ha superato le 100 mila presenze. Nel 2016 più di 3 mila persone hanno partecipato ai convegni; 300 i volontari coinvolti, centinaia le sigle associative, più di mille gli studenti. Il tema di questa edizione? La ricostruzione. Quella concreta, come sta avvenendo sui luoghi del terremoto. Ma anche quella del tessuto sociale. «Al centro del Festival c’è la visione del volontariato come paradigma valoriale di ricostruzione del paese» spiega Edoardo Patriarca, presidente del Cnv. «Il volontariato inteso non come un settore, ma come un modo di vivere la vita sociale. Un volontariato inteso come valore aggiunto che genera e rigenera la coesione». Tra gli ospiti in programma: il premio Strega Edoardo Albinati, il prefetto Franco Gabrielli, il ministro Giuliano Poletti e il sottosegretario Luigi Bobba (a lui spetterà il compito di presentare i decreti attuativi della legge di riforma del terzo settore). Ma si parlerà anche di benefit corporation, protezione civile, sostenibilità e di rapporto coi media (il programma è consultabile sul sito festivalvolontariato.it).

L’ALTRUISMO DIFFUSO
Un appuntamento che contribuisce a diffondere la cultura del volontariato, che in Italia è ormai una pratica diffusa: coinvolge infatti 6,63 milioni di cittadini, cioè il 12,6% della popolazione. Tra questi, sono più di 4 milioni coloro che svolgono attività in gruppo o in associazione (7,9%). Molti s’impegnano invece in maniera non organizzata. Purtroppo,
però, secondo un’indagine condotta da Fvp e Csa (Centro statistica aziendale) solo il 2,4% della popolazione afferma di svolgere quotidianamente attività gratuite a beneficio degli altri, mentre il 77,1% non ha mai fatto volontariato. Nonostante questo i numeri sono
comunque in crescita. Perché la solidarietà, si sa, è contagiosa.

@gitesta

#Editoriale – Rallentiamo

Luca Mattiucci

Nel piccolo borgo di Sfruz in Val di Non, cima del Trentino Alto Adige vivono 334 abitanti. Di questi oltre sessanta sono bambini. Un rapporto di 1 a 5, impensabile per il resto d’Italia, e che ha spinto l’assessore Patrizia Poli ha far installare sulla via
principale del paesino un cartello tanto singolare quanto semplice “Attenzione, rallentare. In questo paese i bambini giocano per strada”. Sì, pare serva ribadirlo.

In una società che passa il proprio tempo inseguendo l’ultimo tablet o smartphone, dove i videogiochi hanno ridotto la capacità di sognare e immaginare, serve ribadire agli automobilisti che qui l’idea del gioco sopravvive al di là di ogni ragionevole dubbio: dal nascondino, alla palla avvelenata passando per l’acchiapparella fino alla campana.
Certo nessuno ha la pretesa di demonizzare la tecnologia, che pure serve. Ma l’abuso, quello no, non si spiega e non si giustifica.

“Rallentare”, recita il cartello e forse il monito non è solo per gli automobilisti. È per tutti, giovani e piccini, residenti a Sfruz o meno. Esortazione a ritrovare il tempo e i tempi giusti per ogni cosa ed anche quel senso di comunità che nel piccolo borgo non è mai andato fuori moda. Una chiesetta e le sue viuzze dove si resta fino alla maggiore età per poi assecondare quella innata necessità umana del viaggiare.

La differenza è che qui, dopo un po’, in molti tornano per restarci. Sarà l’aria, saranno le montagne, saranno magari quelle casette ben curate, ma soprattutto ci piace pensare che la colpa è di quel cartello che ciascuno a Sfruz aveva in mente già da tempo: rinunciare a correre per riprendersi parte di quel tempo che ci è stato rubato con l’inganno e la promessa di una tecnologia che ci avrebbe reso liberi. Senza accorgerci che liberi lo eravamo già e molto di più. Una scommessa? Provate da domani e per una settimana ad utilizzare un vecchio telefono che non contempli app e simili. Il risultato è certo, dopo la prima astinenza, ringrazierete il piccolo borgo di Sfruz.

@lucamattiucci

#Copertina – Dare da bere agli assetati

@Etiopia- Poon Wai Nang-Oxfam

Raffaele Masto*

Nel 2011 la siccità in Somalia uccise 250mila persone. Sei anni dopo, quella del 2017, cioè quella che si sta vivendo in questi giorni, è già riconosciuta come molto più grave. Ci sono già migliaia di vittime e alla fine questa macabra contabilità registrerà una sorta di record, ancora più morti di quel tragico 2011 che i sopravvissuti ancora ricordano.
In Somalia la siccità minaccia sei milioni di persone. In tutto il Corno d’Africa, nella Nigeria del nord e nello Yemen le persone a rischio sono venti milioni.
La Somalia però tra tutte è il territorio che potrebbe subire i danni più gravi, sul piano delle vite umane e su quello del disastri ambientali. La siccità in Somalia sta infatti rendendo sterile un territorio che storicamente è stato una sorta di giardino del Corno d’Africa, quello “tra i due fiumi”, cioè quello tra il fiume Giuba e l’Uebi Shebeli, nel sud, l’unica porzione di Somalia nella quale si poteva praticare l’agricoltura.

Non solo la siccità sta prosciugando questi fiumi, sopratutto il Giuba che è diventato una specie di rigagnolo. Il suo corso è ormai una sofferenza: nasce dall’altopiano etiopico e scende verso sud. Inizialmente raccogliendo l’acqua dalle ambe, le montagne, è un fiume a volte tumultuoso poi pian piano evapora e quando arriva in pianura arranca finchè a qualche decina di chilometri dalla foce, dove si riunisce con l’Uebi Shebeli, non ce la fa più. Stremato offre le ultime gocce d’acqua al sole poderoso tanto che il mare a quel punto penetra nel suo letto fino nell’entroterra. E il sale marino brucia, per sempre, quella terra preziosa, l’unica adatta all’agricoltura.

Per la Somalia è una svolta tragica. Ed è una svolta economica, oltre che per l’agricoltura,
anche per la pastorizia. La Somalia infatti è uno dei maggiori esportatori mondiali di dromedari, li esporta nello Yemen, nel Medio Oriente, nella penisola arabica. Ma questi animali soffrono la siccità e la mancanza di un territorio verde nel quale periodicamente nutrirsi. E negli ultimi mesi c’è stata una ecatombe di dromedari, ne sono morti già 400mila. Insomma la siccità è un vero e proprio killer che lascerà il segno. Per sempre.

* Africanista

Photo Credits: @Etiopia- Poon Wai Nang-Oxfam

 

#Editoriale – Le tre vite di Carmelo

di Luca Mattiucci

Questa è la storia di Carmelo un ragazzo fragile di 19 anni come ce ne sono tanti che studia da fuori sede a Udine lettere antiche. Ma è anche la storia di un giovane medico
originario di Melito di Portosalvo appena 28enne che lavora senza sosta per essere d’aiuto a chi sul proprio cammino è costretto a fare i conti con il male. Ed è anche la storia di un ragazzo coraggioso che a vent’anni gli dicono essere affetto da un linfoma di Hodgkin.

Potrebbero essere l’inizio di tre racconti, tre persone, tre vite. Ma qui di vita ce n’è una sola e Carmelo Gurnari sa quanto è importante tenersela stretta. Lo sa da quando
ancora studente gli diagnosticarono quel tumore. Da quando, grazie all’uomo che lo ha accompagnato per tutta la sua battaglia, il Professor Franco Locatelli, scoprì la passione per la medicina e iniziò a studiarla anche se per lui la parola futuro non aveva gran peso.

Ti accade cosi d’improvviso. Il presente prende forma e diventa l’unico tempo. Stai lì sospeso in attesa di sentenza. Ma Carmelo il verdetto lo ha ribaltato, anzi di più. Avrebbe potuto scegliere di lasciare in un cassetto del passato quei giorni bui in cui la corsia diventa la tua casa, gli infermieri i tuoi amici e la vita lì fuori un ricordo sbiadito. Invece, oggi, ogni mattina Carmelo varca la soglia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma reparto di oncologia pediatrica, dove il Professor Locatelli lo ha voluto come ricercatore, per essere al fianco di chi lotta ogni giorno perché prima ancora della cura serve trasmettere umanità.

Come ogni storia anche questa ha la sua morale, anzi ne ha tre come i racconti dell’inizio. Ci dice che una sanità fatta di medici che ascoltano e sanno parlare ai pazienti farebbe degli ospedali un luogo migliore, e ci dice anche che magari le partite di calcetto non servono ma lo scambio empatico è umano ed è sano se guarda al merito e allo sforzo. Ma, soprattutto, ci racconta con il sorriso di oggi di Carmelo che lottare si deve, vincere si può. Anche un tumore.

@lucamattiucci