#Copertina – La ricerca della Ricerca

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di Enrico Bertolino*

Ci sono programmi in TV che guardo sempre: il Calcio, le serie (quelle fatte bene che si
divorano come i libri anche 4 puntate alla volta) e qualche programma di approfondimento su Politica e Costume, che sempre più spesso ormai, non si riescono a distinguere tra loro. Ammetto anche di avere un debole per i programmi storici, tipo documentari o film, dove si narra l’epopea del genere Umano e la sua (presunta) evoluzione. Fino a qualche mese fa, mai mi sarei immaginato quindi, di seguire con interesse programmi che parlassero della Ricerca e di chi passa la propria vita, lavorativa e non, a sostenerla con il proprio ingegno e lavoro. Poi, verso il mese di maggio, mi han chiesto di condurre, per un progetto voluto da Fondazione TIM, un programma dove avrei incontrato ed intervistato, magari anche con un po’ di leggerezza ed ironia, dei giovani ricercatori in 5 diverse Università e Centri in Italia. E così tra giugno e luglio sono stato alla Sant’Anna di Pisa, all’Università di Padova, a Milano Bicocca, al Politecnico di Torino e all’IIT di Genova per incontrarli personalmente
e per farmi spiegare il loro lavoro ed i progetti per il futuro. Da metà novembre,
seguo il mio stesso programma, per vedere come è stato confezionato, ma soprattutto, per capire cosa mi è rimasto di questa fantastica esperienza. Si chiama “Meravigliosamente”, è in onda su La7 il sabato a mezzogiorno, il regno delle cucine, delle ricette e delle padelle in TV, ma è stato comunque molto utile ed importante, almeno per me, perché mi ha fatto capire 3 cose molto importanti:

A. La Ricerca non è fatta, principalmente, per soddisfare le ambizioni di chi se ne occupa, ma per permettere a tutti noi e, soprattutto, alle generazioni future, di continuare a vivere su questo fantastico pianeta, come in fondo è stato concesso alla nostra, ovvero serenamente e con il dovuto rispetto per ciò che non conosciamo.

B. I ricercatori non sono eroi o persone speciali, sono semplicemente la proiezione reale
e coerente di quello che ognuno di noi dovrebbe cercare di essere, fare o divenire nella propria vita o nel proprio lavoro, per far sì che la stessa abbia un senso compiuto
e che il lavoro non sia servito solo ad accumulare ricchezza o a sopravvivere dignitosamente.

C. Telethon ed altre campagne che, onestamente, prima seguivo con relativa superficialità, sono invece strumenti indispensabili affinché la Ricerca non sia costretta
a sopravvivere, spesso solo grazie ai fondi assegnati dalla Comunità Europea (dalla quale qualche genio della “Politica degli Slogan” vorrebbe affrancarsi, facendo così perdere gran parte del sostegno reale), ma possa invece prosperare e diventare un’occasione di lavoro per alcuni giovani ed una fonte di salute e serenità per tutti noi che ne beneficiamo.

Lo so, avrei potuto essere un po più umoristico o divertente in questo pezzo, ma credo che sia meglio risparmiare una battuta o una risata per permettere a più sorrisi di riempire il nostro domani, e per far sì che la Ricerca in futuro non debba ancora Ricercare qualcuno che la mantenga.

* Ricercatore mancato .. e di tanto!

info@enricobertolino.it

#Alfemminile – Stile e integrazione. La moda si fa solidale con le sartorie sociali

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di Giulia Polito

Stoffe, tessuti e colori assemblati da mani sapienti che dotate di filo e creatività danno vita a modelli originali e dalle finiture pregiate. Sono abiti e accessori che raccontano le
storie degli emarginati, delle donne in difficoltà, madri solitarie e silenziose che in pochi conoscono. Ma che lontano dagli scintillii, dai riflettori e dalle prestigiose passerelle milanesi hanno imparato a creare moda. E per le quali la moda ha rappresentato l’opportunità di una nuova vita. Così la sofferenza di una vita pesante si apre per lasciare spazio al bello che «può nascere da una sconfitta, un viaggio senza scarpe, un barcone in mare».

Ne è nata “Milano Moda per il Sociale”, un défilé e una mostra che hanno portato a Palazzo Morando i lavori e le storie di tre sartorie sociali, realtà di crescente importanza in Italia per la capacità di coniugare il mercato e la solidarietà.

Le tre protagoniste dell’iniziativa, promossa da Fondazione Bracco con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana e del Comune di Milano, sono state Fiori all’Occhiello di Baranzate nata dal progetto “Oltre i margini”, Gelso di Torino e San Vittore di Milano. Tre realtà italiane che raccontano storie di integrazione attraverso itinerari fatti di tessuti unici e capi nuovi. L’occasione infine di mostrare l’altro volto della moda, che non bada al lusso ma alla ricchezza della diversità, che non guarda alla perfezione ma all’autenticità delle persone e che diventa buona opportunità per tutti.

@GiuliaPolito

#Comunità- Un borgo rinato con l’accoglienza

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di Gianluca Testa

Una sessantina di chilometri e circa un’ora di macchina separano Brescia da Lavenone, paesino a poco più di trecento metri d’altezza che si trova a ridosso del bellissimo lago d’Idro. In un secolo, qua, la popolazione è più che dimezzata. Lo spopolamento oggi però ha fortunatamente invertito la rotta. Perché questi borghi, culla di storia e straordinaria ricchezza (non solo paesaggistica), si stanno trasformando in spazi d’innovazione e accoglienza.
Lavenone è solo uno dei tanti esempi di come la vita può rinascere grazie a idee e progetti capaci di favorire la socializzazione e l’inclusione sociale e lavorativa. In mezzo al verde e cullato dai monti, a Lavenone si trova il “Non solo Bar”. Gestito dalla cooperativa Cogess, questo luogo – unico spazio d’incontro per il paese e naturale evoluzione del chiosco estivo – è diventato luogo di socializzazione.

Qua lavorano una quindicina di giovani con disabilità psichica. Finalmente si sentono parte attiva di una comunità che entro la prima metà del 2018 potrà contare anche su un altro spazio recuperato: quello dell’ostello sociale “Borgo Venno”.

Sarà un’area sociale attrezzata, condivisa (e realizzata) dalla comunità stessa. Per lo sviluppo di un turismo sostenibile e di un’accoglienza solidale, parteciperanno direttamente artisti e artigiani del luogo. Tutto questo è possibile grazie al programma “AttivAree” di Fondazione Cariplo e Airbnb destinato alla rivalorizzazione di oltre quaranta borghi italiani. Un investimento sulle valli resilienti patrocinato da Anci e promosso in collaborazione col Mibact, proprio nell’anno destinato alla promozione dei borghi.

@gitesta

#InPrimoPiano – I diritti per i lavoratori precari della creatività? Ci pensa un’impresa sociale

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di Anna Toro
Nei loro CV spiccano professioni affascinanti quali giornalista, ricercatore, traduttore, consulente, videomaker. Nella realtà sono l’esercito dei nuovi poveri, i precari della creatività e della conoscenza che si arrabattano per arrivare alla fine del mese, tra retribuzioni risibili, pagamenti in ritardo o non pervenuti, accordi in nero e tutele inesistenti. Ma è proprio quando tutto sembra senza speranza che spesso arrivano le idee capaci di scardinare lo status quo e offrire un’alternativa: SMart, la “Società mutualistica per Artisti”, è una di queste.

«Nata in Belgio 20 anni fa e rivolta in origine agli artisti del teatro e della danza, si è presto diffusa in nove paesi europei, Italia compresa: nove realtà indipendenti, collegate in un network informale che oggi conta ben 90 mila soci» spiega Donato Nubile, responsabile di SMart in Italia che, partita nel 2014, qui agisce in forma di cooperativa impresa sociale. L’idea di base è quella di unire le forze: i lavoratori che decidono di aderire a SMart vengono infatti assunti dalla cooperativa, che da lì in poi cura per loro tutti gli aspetti amministrativi, fiscali e contrattuali, lasciandoli così liberi di focalizzarsi sui loro progetti. «Soprattutto viene loro versato lo stipendio ogni 10 del mese successivo alla prestazione lavorativa, anche se il committente paga in ritardo o non paga proprio». Quasi un “miracolo” di questi tempi, reso possibile dallo spirito mutualistico di SMart, che per poter pagare tutti i costi di gestione e gli stipendi trattiene la quota fissa dell’8,5% sul fatturato di ognuno. In più, essendo assunti, i soci godono di tutele prima impensabili, tra cui maternità, malattia, sussidio di disoccupazione. Una soluzione che in Belgio è riuscita addirittura a coinvolgere categorie di lavoratori come i ciclofattorini per le consegne a domicilio, usati da giganti come Foodora, Deliveroo e la startup belga Take Eat Easy, poi fallita nel 2016. Forte del grosso numero di soci aderenti, SMart Belgio è riuscita a negoziare con queste multinazionali e ottenere condizioni lavorative migliori: «dall’assicurazione, ai rimborsi spese, fino a un minimo di fisso garantito, invece dei soli pagamenti a consegna».

Un successo che in Italia per ora non è replicabile a causa del “far west normativo”. Inoltre la miriade di contratti diversi e la relativa dispersione dei contributi non facilita il lavoro della SMart italiana, che pure continua a lavorare e crescere, forte anche del contributo della Fondazione Cariplo – caso unico in Europa – e di SMart Belgio: ad oggi, i soci sono oltre 1100.

@annaftoro

#Innovazione – A Perugia l’Hub gratuito per studenti, ecco come nascono le imprese del domani

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di Anna Toro

Un luogo di formazione e innovazione, in cui i giovani possano incontrarsi e partecipare attivamente alla vita della città, studiare e sviluppare imprese adatte al nuovo mondo e ai nuovi mercati. Si chiama CULT – Community Hub Perugia ed è la nuova realtà inaugurata il 29 settembre nel centro storico del capoluogo umbro, in quello stabile di via Goldoni di proprietà del Comune, che per lungo tempo era stato la sede del Cabs, il centro a bassa soglia rivolto alle persone tossicodipendenti. Oggi l’edificio torna a nuova vita grazie al lavoro della Cooperativa Borgorete che nel 2014 ha ottenuto un finanziamento della Fondazione Enelcuore per la ristrutturazione dell’immobile.

«Da lì è cominciato un percorso di progettazione che ha coinvolto in parallelo la politica e il territorio, attraverso l’interlocuzione con i comitati di quartiere, i commercianti, e soprattutto gli studenti» racconta Max Calesini di Borgorete, che sottolinea il sostegno al progetto della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, della Fondazione Johnson & Johnson e la preziosa consulenza e contributo di Human Foundation. «Lo spazio consiste, al piano terra, in una grande sala studio sempre aperta, con annesso spazio-bar, gestita in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia e l’Università per Stranieri, dove gli studenti potranno confrontarsi e far evolvere lo studio in esperimenti, progetti e imprese». Proprio al mondo dell’impresa e dell’innovazione è dedicata invece tutta l’area superiore, frutto dell’incontro con numerose realtà e associazioni del territorio.
«Qui – spiega Calesini – ognuno potrà proporsi, portando nello spazio eventi, seminari, formazioni, progetti, facendo così di questo spazio il fulcro delle energie giovani della città».

@annaftoro

#InPrimoPiano – La marea umana “dimenticata” dei Rohingya in fuga verso il Bangladesh

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di Gaia Pascucci

Le piogge monsoniche flagellano i campi profughi improvvisati di Cox’s Bazar, distretto bangladese vicino al confine con il Myanmar in Asia, dove già 500mila persone della minoranza musulmana rohingya si sono riversate per sfuggire alle violenze dell’esercito birmano. L’afflusso aumenta di giorno in giorno. Se la situazione in Myanmar non tornerà alla calma, entro la fine dell’anno saranno più di 800.000 i rifugiati in Bangladesh. Arrivano a piedi, dai loro villaggi nello stato nord-occidentale del Rakhine, dopo aver camminato per chilometri nel fango e aver attraversato il fiume Naf su barchette stipate di persone. Chi non si può permettere le tariffe delle imbarcazioni cerca di galleggiare attraverso il fiume, aggrappandosi a contenitori di plastica o barili. Molti non ce la fanno e annegano nelle acque melmose.

Ma per coloro che riescono ad arrivare oltre il confine, le angosce non sono finite: la tendopoli di Cox’s Bazar è ormai al collasso, e i nuovi arrivati, in grande maggioranza donne e bambini, sono costretti a dormire all’aperto, in mezzo al fango e alla pioggia. Cibo e acqua scarseggiano e sebbene le organizzazioni umanitarie e le Nazioni Unite si stiano impegnando per organizzare gli aiuti, ancora insufficienti per un esodo dalle proporzioni così imponenti. I rohingya scappano da villaggi in fiamme e dalle violenze dell’esercito birmano che ha lanciato a fine agosto l’ennesima operazione militare: come obiettivo  ci sono i ribelli della milizia ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), che hanno ucciso 12 persone, nella realtà dei fatti la rappreseglia sta colpendo la popolazione rohingya nel suo complesso. Un copione già visto che si ripete stavolta però su larga scala e costringe i civili alla fuga.

Gli abusi e le persecuzioni contro la minoranza rohingya infatti hanno una storia di lunga data. Musulmani in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione è buddhista, vivono nello stato del Rakhine dove erano poco più di un milione. Considerati indegni, nel 1982 è stata loro revocata la cittadinanza, il diritto alla proprietà, così come l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Esclusi dalla vita politica e sociale del paese, ridotti in condizioni di povertà estrema, oggi stanno lasciando forse per sempre il loro paese che li rifiuta. Nonostante gli appelli della comunità internazionale per una cessazione immediata delle violenze, le forze di sicurezza birmane non sembrano volersi fermare e la leader del paese Aung San Suu Kyi – premio Nobel per la pace per la resistenza alla dittatura militare – non ha finora posto a fine a quello che il segretario generale ONU António Guterres ha definito “un esempio da manuale di pulizia etnica”.

@gaia_pascucci