#Editoriale – Le tre vite di Carmelo

di Luca Mattiucci

Questa è la storia di Carmelo un ragazzo fragile di 19 anni come ce ne sono tanti che studia da fuori sede a Udine lettere antiche. Ma è anche la storia di un giovane medico
originario di Melito di Portosalvo appena 28enne che lavora senza sosta per essere d’aiuto a chi sul proprio cammino è costretto a fare i conti con il male. Ed è anche la storia di un ragazzo coraggioso che a vent’anni gli dicono essere affetto da un linfoma di Hodgkin.

Potrebbero essere l’inizio di tre racconti, tre persone, tre vite. Ma qui di vita ce n’è una sola e Carmelo Gurnari sa quanto è importante tenersela stretta. Lo sa da quando
ancora studente gli diagnosticarono quel tumore. Da quando, grazie all’uomo che lo ha accompagnato per tutta la sua battaglia, il Professor Franco Locatelli, scoprì la passione per la medicina e iniziò a studiarla anche se per lui la parola futuro non aveva gran peso.

Ti accade cosi d’improvviso. Il presente prende forma e diventa l’unico tempo. Stai lì sospeso in attesa di sentenza. Ma Carmelo il verdetto lo ha ribaltato, anzi di più. Avrebbe potuto scegliere di lasciare in un cassetto del passato quei giorni bui in cui la corsia diventa la tua casa, gli infermieri i tuoi amici e la vita lì fuori un ricordo sbiadito. Invece, oggi, ogni mattina Carmelo varca la soglia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma reparto di oncologia pediatrica, dove il Professor Locatelli lo ha voluto come ricercatore, per essere al fianco di chi lotta ogni giorno perché prima ancora della cura serve trasmettere umanità.

Come ogni storia anche questa ha la sua morale, anzi ne ha tre come i racconti dell’inizio. Ci dice che una sanità fatta di medici che ascoltano e sanno parlare ai pazienti farebbe degli ospedali un luogo migliore, e ci dice anche che magari le partite di calcetto non servono ma lo scambio empatico è umano ed è sano se guarda al merito e allo sforzo. Ma, soprattutto, ci racconta con il sorriso di oggi di Carmelo che lottare si deve, vincere si può. Anche un tumore.

@lucamattiucci

#InPrimoPiano – Stephen, l’artista con sindrome di Asperger che con uno sguardo disegna le città

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di Emiliano Moccia

Guarda una strada, un palazzo, un ponte, un monumento, una piazza e poi riproduce tutto fedelmente sulla carta. Gli basta una semplice matita ed un semplice sguardo per ricostruire una città, per tratteggiare il mondo in cui i suoi occhi si sono appoggiati. Stephen Wiltshire non è solo un artista. È qualcosa di più. Non a caso, è soprannominato “la macchina fotografica umana”. Perché riproduce nei minimi dettagli tutto quello che il suo occhio percepisce. Anche una fontana, un tombino, una finestrella. Nulla sfugge
alla sua attenzione, alla sua capacità mnemonica. Nel giro di qualche anno Stephen Wiltshire è diventato famoso in tutto il mondo. Anche perché la sua storia ha qualcosa di più da raccontare, da condividere. Stephen è nato 43 anni fa a Londra. E per capire quanto sia rilevante la sua arte è opportuno sapere che il suo talento è affiancato da una condizione che gli rende difficile la comunicazione, la sindrome di Asperger.

RIPRODUZIONI FEDELI DI PALAZZI E MONUMENTI
A notare per prime le sue potenzialità artistiche furono le sue maestre. Furono loro, infatti, ad accorgersi che Stephen riproduceva in maniera straordinariamente esatta i monumenti che vedeva a Londra durante le gite di scuola: il Big Ben, la Tower Bridge,
i paesaggi. Le insegnanti intuirono subito che dalle mani e dalla testa di quel bambino poteva venire fuori un grande artista. Così, visto che il piccolo non parlava mai, decisero di aiutarlo a comunicare attraverso il disegno, affidandosi alla penna e al foglio di carta. Fu così che prese avvio la sua carriera. Nella sua pagina facebook, Stephen racconta che il suo primo disegno commissionato fu la cattedrale di Salisbury. Aveva otto anni, e il committente era l’ex primo ministro britannico Ted Heath. All’età di 10 compone una sequenza dei panorami di Londra denominata “The London Alphabet”. Studia alla “Fine Art at City & Guilds Art College” ed anche grazie ad una sua galleria personale inizia a farsi conoscere ed apprezzare. E soprattutto, inizia a girare per riprodurre dall’alto i
panorami delle più affascinanti città del mondo.

IN VOLO SULL’ELICOTTERO
Per disegnare le sue opere Stephen utilizza lunghissimi fogli bianchi, estesi anche sino a dieci metri. Il suo sguardo e la sua matita hanno riprodotto la vastità di metropoli come
Parigi, Londra, Roma, New York, Tokyo, Città del Messico e Hong Kong. A bordo dell’elicottero che lo accompagna a sorvolare la città da ricostruire, il suo cervello fotografa ed immagazzina ciò che vede. E quando Stephen si mette davanti al foglio, quell’immagine riappare come se fosse una riproduzione spiccicata, rispettando proporzioni e prospettive, elementi urbani e architettonici.
«Probabilmente è proprio il mio disturbo metabolico e neurologico a favorire questa mia abilità» ha detto Stephen Wiltshire nel corso di un’intervista. Quel che è certo, però, è che le opere sono così fedeli all’originale che anche il numero delle finestre dei palazzi corrisponde alla realtà. Perché per “la macchina fotografica umana” uno sguardo ad un palazzo o ad una città equivale a conservare per sempre quell’immagine con l’idea di farla rivivere con un piccolo tratto di matita.

@emimoccia

#Copertina – Quella trasparenza necessaria

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di Stefano Zamagni*

I recenti risultati pubblicati dal Giving Institute per la consueta classifica annuale sulla donatività relegano il Belpaese ad uno degli ultimi posti. Stando ai dati, noi italiani doniamo per una buona causa in media la metà degli inglesi e un quarto degli statunitensi. Ma davvero siamo più egoisti di altri? Che fine fa il nostro spirito solidale
tanto decantato quando si tratta di mettere mano al portafogli?

Le risposte potrebbero essere molteplici. La più credibile potrebbe riguardare la recente crisi economica, che di certo ha dato una stretta alla voglia di aiutare il prossimo. Ma la verità, che ci piaccia o no, osservando oltre confine quei paesi che hanno vissuto le medesime difficoltà, è che la causa, anche all’origine di una mancata crescita del sistema di fundraising, sia l’assenza in Italia di soggetti capaci di svolgere azioni di intermediazione filantropica. Ovvero soggetti capaci di garantire al donatore che le risorse andranno a finire esattamente nella direzione da lui desiderata o suggerita.

Come accade oltralpe con la Fondation de France, un ente che ha natura giuridica di Fondazione ma che fa da ponte tra chi vuole finanziare un’azione solidale e chi sarà chiamato a gestirla, garantendo in tutto il processo la trasparenza necessaria a che il donatore abbia la certezza che quelle risorse verranno utilizzate nel modo più efficace possibile. In Italia meno di tre anni fa decidemmo di sperimentare questo processo innovativo dando vita a Fi.Do. (Fondazione Italia per il dono onlus) con l’obiettivo di avviare un motore capace di catalizzare e promuovere risorse per progetti di utilità sociale. Ed un primo bilancio di questo progetto di moderna filantropia è certamente positivo. Ma per far sì che divenga una prassi consolidata su scala nazionale è necessario
che altri soggetti imbocchino questa strada.

Come nel caso delle Fondazioni di Comunità sparse a macchia di leopardo lungo lo Stivale, che grazie al rapporto con i territori riscuotono un elevato successo in termini di credibilità. Perché oggi non è più possibile pensare che qualcuno ci affidi le sue risorse senza garanzie di successo, come fin troppo spesso accade con gli sms solidali. La donazione qui riparte da un atto di fiducia dove la restituzione della spesa ne rappresenta il centro, sua diretta espressione concreta. “La virtù è più contagiosa del vizio, a condizione che venga fatta conoscere”, lo sosteneva Aristotele oltre 2300 anni fa e oggi è ancora nostra la colpa se ciò non è realtà.

* Economista

#InPrimoPiano – Un popolo generoso che fa i conti con la crisi, ma è davvero così?

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L’83% della popolazione italiana si sente la più solidale d’Europa

di Emiliano Moccia

Un popolo di santi, poeti e navigatori. Ma anche di donatori. Perché è così che si sentono gli italiani. Anzi, oltre l’80% si reputa il popolo più generoso in Europa. Perché convivialità e generosità, ormai, rappresentano un vero e proprio stile di vita: quasi 8 italiani su 10 (77%) condividono l’idea che tutti dovrebbero offrire un pasto a chi ne ha bisogno. A tracciare il profilo dei generosi è la recente ricerca «Per chi aggiungi un piatto a tavola?», commissionata da Dash all’istituto di ricerca Demia su un campione di oltre mille persone. L’83% degli intervistati ritiene che essere solidale sia un atteggiamento diffuso e consolidato.

Gli italiani si descrivono come un popolo molto dedito al prossimo. Ma se la popolazione adulta, quella che va dai 56 ai 75 anni, associa il concetto di solidarietà ad un semplice gesto di donazione economica, quella più giovane con età compresa tra i 18 ed i 35 anni mostra una maggior attitudine alle attività di volontariato in prima persona. Ma è davvero così? Perché a leggere l’ultima ricerca «Osservatorio sui Donatori» realizzata da GfK Eurisko, escono fuori altri e sorprendenti risultati.

Soprattutto legati al trend delle donazioni benefiche: in 10 anni l’Italia ha registrato la perdita di 5 milioni di donatori. Il calo è iniziato lentamente nel 2006, si fa più acuto negli anni in cui ha preso il via la crisi economica, che sembra aver inciso in modo decisivo sull’uso del denaro anche per quel che riguarda la solidarietà. A chiudere il portafogli sono coloro che abitualmente donano piccole cifre, mentre a crescere sono i donatori stabili che versano tra i 100 e i 199 euro al mese (+2,1%) e oltre 200 euro al mese (+1,9%). A farne le spese è soprattutto chi ha meno, in particolare i giovani, e le famiglie con un reddito basso. Quanto alle modalità di donazione, le più praticate sono quelle legate a versamenti d’impulso, relativi ad eventi improvvisi.

@emimocccia

#Editoriale – Grazie Chuck

 

di Luca Mattiucci

«Chuck Finley ne ha presi in prestito altri due», «Ehi Chuck oggi ne ha presi dodici, ma
dove trova il tempo per leggerli tutti». Erano questi i commenti, conditi da un sorriso compiaciuto, che giravano fino a pochi mesi fa tra i due bibliotecari della libreria pubblica di East Lake, Sorrento, Florida. Oltre duemila volumi presi in prestito in un anno. Una media di 5,5 libri al giorno. Una media fin troppo insolita, tanto da spingere
le autorità del posto a chiedersi chi fosse questo lettore così bizzarro, fino a scoprire che Chuck Finley in realtà non esiste. Chuck è solo l’atto di amore incondizionato di quei due bibliotecari burloni.

Tutto inizia quando nella biblioteca viene attivato un sistema computerizzato che in base alle richieste degli utenti classifica per importanza ciascun libro. Per capirci se un bestseller viene richiesto cento volte la macchina dirà che va conservato gelosamente, se al contrario da oltre due anni nessuno chiede la Divina Commedia deciderà per il macero. Ma George e Scott quel lavoro se lo sono scelto perché amano i libri, anche quelli più bistrattati che giacciono lì su quello scaffale impolverato, e l’idea di sapere che una macchina sceglierà cosa una biblioteca debba tenere e cosa gettare via proprio non gli va giù.

Arriva allora Chuck Finley, la variante umana che mette fuori gioco la macchina perché ogni giorno le chiede in prestito proprio i libri meno richiesti. Oggi George, Scott e il loro alter ego Chuck rischiano di perdere il posto per questo disperato tentativo di resistere ad una ottusa applicazione della tecnologia.

«Mi da una copia di questo testo?», «Sì, certo gliela prendo». Quel ragazzo che ora sta uscendo con il libro sotto braccio non saprà mai a chi dovrà dire grazie se potrà ancora sognare, piangere, sorridere sfogliando il Grande Gatsby, richiesto una sola volta in due anni, da un tale di nome Chuck Finley. Allora te lo diciamo noi: grazie Chuck, perché a volte difendere dei valori significa andare contro le regole.

@Lucamattiucci

#InPrimoPiano – Lo Stato abbandona gli animali sequestrati e confiscati

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Le associazioni chiedono la tutela di oltre 27mila esemplari a “rischio”

di Gaia Pascucci

Animali rari e a rischio estinzione lasciati in mano ai loro contrabbandieri o agli zoo e circhi che li maltrattavano, ma anche animali domestici e di allevamento abbandonati per mancanza di centri di recupero. Accade ancora oggi in Italia dove gli animali sequestrati e
confiscati restano troppo spesso senza tutela. Sì perché anche se il codice penale e le direttive comunitarie prevedono chiari impegni dello Stato, che dovrebbe averne cura, non
sono mai stati tradotti in norme né in finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme nove associazioni firmatarie della “Carta di Roma per il recupero degli animali salvati non a fini di lucro”, che chiedono al Governo una strategia nazionale per il sostegno ai “santuari”
per la protezione degli esemplari salvati.

Le associazioni che hanno stilato la Carta (Enpa, Il Rifugio degli Asinelli, Italian Horse Protection, Lav, Legambiente, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Lipu-Birdlife Italia,
Rete dei santuari di animali liberi in Italia, Wwf Italia) sottolineano come il fenomeno sia cresciuto negli ultimi 10 anni facendo scoprire una crudeltà verso gli animali diffusa su tutto il territorio nazionale. I dati delle Procure della Repubblica indicano infatti che in Italia, solo per maltrattamento, nel 2013 sono stati aperti oltre 8.000 fascicoli, dai quali si
stimano non meno di 27mila animali sequestrati. Sempre nel 2013, i dati dei servizi veterinari delle aziende sanitarie stimano non meno di 25mila animali selvatici ricoverati.

«In alcuni casi, lo Stato ha preferito reimmettere, nel circuito commerciale dello sfruttamento, gli animali ad esso appena sottratti», denunciano i firmatari, portando come esempio il caso di animali sequestrati e dati ad altre aziende zootecniche per la
produzione. «Oppure – continuano le associazioni – casi di animali, che una volta posti sotto sequestro per assenza di strutture di accoglienza sono lasciati agli indagati».

@gaia_pascucci

#Editoriale – Il dovere della verità, il diritto di pensare

di Luca Mattiucci

Non più tardi di una settimana fa il signor Enzo Iacopino in un post su Facebook ha comunicato le sue dimissioni a lungo meditate da presidente dell’Ordine dei giornalisti
italiani. La notizia ha occupato colonnini “di cortesia” di molti giornali. E invece in quelle poche righe ci sta la storia recente del paese. Qui insiste una “strana idea di democrazia”, scrive Iacopino dove i pochi aspettano gli applausi condiscendenti dei molti, dove la battaglia per l’equo-compenso dei giornalisti Enzo l’ha persa perché “assassinata da fuoco amico”. Dignità e speranza cari colleghi dimenticatele, perché per voi l’equa misura è di 4.980 euro all’anno.

E un’informazione che viene pagata, (ma che dico?), affamata è il termine corretto, in questo modo non avrà bisogno di essere “comperata”, nasce già venduta. Come il resto della nostra società che cresce a pane e precariato. Ma quale coscienza critica può nascere da un popolo che insegue il suo tempo in lavori mal pagati? Quale ribellione sorgerà tra chi non ha il tempo di leggere, scrivere perché sempre preso ad inseguire spiccioli? Lettore caro, questa si chiama dittatura ed è delle peggiori. Il giornalismo è alfiere di democrazia e oggi il vostro alfiere è malato e agonizzante, armarsi diviene quindi necessario.

Ma non d’armi violente, no. Serve armarsi di libri, di cultura, serve armarsi di giornali. Scrivete alle redazioni che sui siti volete notizie e non l’ultima scosciata, scrivetegli di alzarsi dalle loro tronfie poltrone e costringeteli ad andare di nuovo in strada tra la gente a vedere la realtà. Montanelli diceva che il lettore è il padrone dei giornali, dimostratelo. Iniziamo con piccoli gesti quotidiani, impariamo a dire NO, a chi ci chiede di sfruttare i colleghi, a chi vuole toglierci la possibilità di vivere al di là del lavoro. Così facendo noi giornalisti riscopriremo quella frase che insisteva sulla porta di Enzo Iacopino “Il dovere della verità”, voi cari lettori ne riscoprirete un’altra: “Il diritto di pensare”. Costi quel che costi.

@Lucamattiucci