#Copertina – Il futuro siamo “loro”

migrant

© Mashable – Antonio Calanni / Associated Press

di Luca Mattiucci

Accompagnare un giorno un rifugiato induce decisamente a rivedere in ognuno di noi il senso della parola razzismo. Più accettata che in passato e al tempo stesso più sdoganata. Lui si chiama Samir ha vent’anni, viene dal Sudan e la sua giornata è un calvario, se comprendi la lingua italiana. Alle poste una signora in fila dietro di noi sussurra ad un’altra, fissando in modo fastidioso una cicatrice sul braccio del nostro amico: “Chissà che malattia avrà?!”. La signora ignora che, stando ai report di Medici Senza Frontiere degli ultimi dieci anni, non si ha memoria di casi di emergenza per la salute pubblica causata da migranti e ignora anche che la salute di Samir e dei suoi amici peggiora di giorno in giorno a causa delle condizioni di ghettizzazione sociale con cui devono fare i conti nel nostro Belpaese. Ignoranza, quella di chi non sa, che accompagna anche il fruttivendolo poco distante che, tra un casco di banane e un chilo di mele, si mette a far paragoni tra la sua giornata di lavoro e i 35 euro (beato te!) che lo Stato regala al nostro amico. Nessuno gli ha spiegato che a Samir di quei 35 euro, di cui una parte assicurati dall’Unione Europea, come richiedente asilo ne incassa solo 2,5 in moneta sonante.

Proseguendo nel nostro cammino quotidiano di luoghi comuni se ne incontrano a decine. C’è chi gioca con il significato della parola “necessità”, per farne strumento di distinzione tra chi fugge da una guerra e chi fugge dalla miseria, come se uno dei due mali non fosse figlio dell’altro e ci fossero miserie da salvare e altre da rispedire al mittente. Su tutte, però, vince la strumentalizzazione della paura che vuole il migrante coincidere sempre più nell’immaginario collettivo con la il potenziale terrorista. Il che potrebbe anche essere vero, ma tanto quanto e non di più di un terrorista nato, vissuto e cresciuto in Europa e che spesso e volentieri non ha affinità elettive con un suo sodale dello Stato Islamico se non nella misura di qualche video improvvisato per addestrarsi ad una Jihad che falsa il senso della “tensione verso dio”.

La vita è dura se sei un migrante e a nessuno importa se l’Italia nelle classifiche europee è agli ultimi posti per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale (1,9 ogni 1.000 cittadini). La proporzione restituisce meglio il senso delle fake-news che prendono piede meglio e più di analisi e dati statistici incontrovertibili. Questi “uno virgola nove” versano otto miliardi di euro e ne riprendono in pensioni tre. Rappresentano una delle poche voci “attive” del nostro bilancio, con ben cinque miliardi di euro. E non rubano il lavoro agli italiani, semmai permettono al Paese di andare avanti prendendosi in carico i lavori che noi non vogliamo più fare. Ma a sentirla così sembra sempre si percorra la logica dell’elemosina o dell’utile convenienza, come quando passa l’idea che il rifugiato politico è carino e va bene se pulisce il marciapiedi. No, loro sono molto di più. Rappresentano la parte giovane di un’Italia vecchia. I dati raccontano questa verità con certosina precisione. Evoluzione di un’emergenza divenuta fenomeno. E proprio queste trasformazioni saranno al centro del dibattito in occasione del XXIIIesimo Rapporto ISMU, l’ente scientifico indipendente che promuove studi, ricerche e progetti sulla società multietnica, che sarà presentato il prossimo 5 dicembre a Milano (www.ismu.org).

Una fotografia utile per comprendere l’andamento demografico della popolazione straniera (2016-2017) che poi è anche un ritratto del della nostra Italia, quella del futuro a cui l’ISMU in collaborazione con la Fondazione Bracco e la Fondazione Cariplo sceglie di dedicare un premio per quelle realtà che si sono distinte per l’accoglienza dei migranti e dei minori stranieri non accompagnati. Due enti privati, questi ultimi, che credono nella nostra iniziativa sin dall’inizio e che qui citiamo, non già per piaggeria, ma perché interpretano appieno lo spirito indispensabile per scrivere la parola “domani”. Sono quelli che si sono detti, parafrasando Calvino, che “Ad alzare muri bisogna pensare a cosa si lascia fuori”. Bracco e Cariplo hanno compreso appieno che il rischio, quello vero, è che noi stiamo lasciando al di là dei muri, assieme ai migranti, anche il nostro futuro.

@Lucamattiucci

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