#InPrimoPiano – La marea umana “dimenticata” dei Rohingya in fuga verso il Bangladesh

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di Gaia Pascucci

Le piogge monsoniche flagellano i campi profughi improvvisati di Cox’s Bazar, distretto bangladese vicino al confine con il Myanmar in Asia, dove già 500mila persone della minoranza musulmana rohingya si sono riversate per sfuggire alle violenze dell’esercito birmano. L’afflusso aumenta di giorno in giorno. Se la situazione in Myanmar non tornerà alla calma, entro la fine dell’anno saranno più di 800.000 i rifugiati in Bangladesh. Arrivano a piedi, dai loro villaggi nello stato nord-occidentale del Rakhine, dopo aver camminato per chilometri nel fango e aver attraversato il fiume Naf su barchette stipate di persone. Chi non si può permettere le tariffe delle imbarcazioni cerca di galleggiare attraverso il fiume, aggrappandosi a contenitori di plastica o barili. Molti non ce la fanno e annegano nelle acque melmose.

Ma per coloro che riescono ad arrivare oltre il confine, le angosce non sono finite: la tendopoli di Cox’s Bazar è ormai al collasso, e i nuovi arrivati, in grande maggioranza donne e bambini, sono costretti a dormire all’aperto, in mezzo al fango e alla pioggia. Cibo e acqua scarseggiano e sebbene le organizzazioni umanitarie e le Nazioni Unite si stiano impegnando per organizzare gli aiuti, ancora insufficienti per un esodo dalle proporzioni così imponenti. I rohingya scappano da villaggi in fiamme e dalle violenze dell’esercito birmano che ha lanciato a fine agosto l’ennesima operazione militare: come obiettivo  ci sono i ribelli della milizia ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), che hanno ucciso 12 persone, nella realtà dei fatti la rappreseglia sta colpendo la popolazione rohingya nel suo complesso. Un copione già visto che si ripete stavolta però su larga scala e costringe i civili alla fuga.

Gli abusi e le persecuzioni contro la minoranza rohingya infatti hanno una storia di lunga data. Musulmani in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione è buddhista, vivono nello stato del Rakhine dove erano poco più di un milione. Considerati indegni, nel 1982 è stata loro revocata la cittadinanza, il diritto alla proprietà, così come l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Esclusi dalla vita politica e sociale del paese, ridotti in condizioni di povertà estrema, oggi stanno lasciando forse per sempre il loro paese che li rifiuta. Nonostante gli appelli della comunità internazionale per una cessazione immediata delle violenze, le forze di sicurezza birmane non sembrano volersi fermare e la leader del paese Aung San Suu Kyi – premio Nobel per la pace per la resistenza alla dittatura militare – non ha finora posto a fine a quello che il segretario generale ONU António Guterres ha definito “un esempio da manuale di pulizia etnica”.

@gaia_pascucci

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