#Editoriale – Michele, non dimenticheremo

di Luca Mattiucci

Le lettere di recente, a sentire i grandi giornali, stanno tornando di moda, ma chi conosce a fondo il mondo dell’editoria sa che solo una minima percentuale di lettori si prende la briga di scrivere a questo o a quel giornale e il più delle volte le missive si limitano a
contestazioni, richieste di corrige e quasi mai a quella fantastica pittura che ritrae
l’editorialista come depositario di un modo nuovo di leggere od interpretare un fatto. Altrettanto spesso “l’affamato di sapere” di turno siede a qualche scrivania di distanza dal dispensatore di opinioni, o mal che vada, accade che a chiedersi e a rispondersi, Marzullo
docet, lo si faccia da soli con il risultato di velocizzare ed essere sicuri di non rimanere all’asciutto di ammiratori.

Tra le sorprese di quest’avventura nuova che è “Il paese della Sera” ci sono appunto le lettere, spesso brevi quanto un tweet, ma che pur sono segno del tempo che i lettori vi dedicano. Cinque al giorno in media, per questo che è un quindicinale, ci spinge a pensare di aver intrapreso la strada giusta.

Una delle ultime ricevute ci ha fatto però sorridere meno delle altre. Ci è arrivata la sera dopo la notizia del suicidio di Michele, il 30enne di Udine che ha deciso di farla finita perché non poteva più passare la vita “a combattere solo per sopravvivere”. Precariato, nessun accesso al mondo del lavoro, nessuna prospettiva. Ci hanno rubato il futuro, scriveva Michele. La lettera stavolta la firma Roberta, 29 anni, fresca laureata in Scienze della Comunicazione che ci chiede come mai il giorno dopo la notizia del suicidio i principali quotidiani non avessero la notizia di Michele in prima pagina.

La miglior spiegazione arriva a firma di Silvia Truzzi sul Fatto Quotidiano del 9 di febbraio con il titolo: “La morte di Michele non è la tragedia di un individuo solo”. Nel pezzo Truzzi avanza varie ipotesi, da quella verosimile di scongiurare un effetto Werther (emulazione del gesto ndr) sino a quella che disegna una volontà comune di relegare una morte che voleva essere simbolo e denuncia di un modello sociale neolibersita fallimentare a mero gesto individuale, fatto di cronaca buono per una pagina interna. Truzzi scrive che Michele ci ha provato, che Michele era arrabbiato, che Michele era disperato. E Michele, fosse stato un trentenne degli anni ‘70 probabilmente lo avremmo incontrato nell’onda grande della contestazione, esplosione di una democrazia che misurava il benessere comune ancora guardando al benessere del popolo. Ma Michele è figlio dei giorni nostri, quelli in cui la misura del benessere si limita a guardare l’elite.

Si è precari o disoccupati nel buio delle nostre stanze. Quasi a doverci vergognare noi se la società “adulta” è incapace di vedere i talenti che sta lasciando morire in soffitta. Una società liquida dove la lotta sociale è azzerata, smembrata, fatta a pezzi da una globalizzazione perbenista. Dove non esiste alcuna critica di sistema, dove la politica ha ormai coscienza di essere inadeguata. E dove i “cani da guardia” sono divenuti “cani da compagnia” buoni a snocciolare qualche tweet per la giornata. Cani divenuti complici di un sistema diffuso che negli anni hanno imparato a replicare, anziché denunciarlo.

Un’informazione troppo spesso fatta di precari, sfruttati, sottopagati e di anziani privilegiati è un’informazione marcia che non può denunciare nulla se non prima se
stessa. Nessun populismo, ma la presa di coscienza che per combattere per un’idea è necessario averne di proprie oltre il mors tua vita mea. Il gesto di Michele non è gesto da emulare, ma non è neppure una notizia da consumare mentre si sorseggia un caffè. È una cosa seria. È il risultato di un Paese che ha dimenticato ciò su cui si fonda. Iniziamo a ricordarlo.

@lucamattiucci

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